lunedì, novembre 02, 2009

Il 1984 di Amazon

Se il libro scompare

Il 17 luglio 2009 verrà ricordato come un giorno storico per l’informatica. In negativo. In quella data, infatti, Amazon, la più grande libreria online, ha ritirato dal commercio, per una infrazione ai diritti d’autore, due libri in formato elettronico. Un comportamento corretto, quindi. Ma la notizia è un’altra: a seguito di tale decisione, i libri citati sono scomparsi come per magia dai lettori di e-book venduti da Amazon. Si è così scoperto che grazie a un sistema di protezione installato nei lettori acquistati dai clienti (a un prezzo non proprio irrisorio: da 259 a quasi 500 dollari), l’azienda americana può mettere le mani “nelle borse” dei clienti, e manomettere la libreria memorizzata nel lettore. Inutile dire che i clienti sono stati rimborsati del costo dei due e-book,  ma rimane lo scotto di aver subito una manomissione di un oggetto di proprietà senza neanche venire avvisati.  Alla base di tutto ciò vi è una tecnologia, detta DRM (Digital Right Management) che, nel tentativo di tenere sotto controllo i diritti degli autori, spesso sorvola sui diritti dei clienti. I quali, in fin dei conti, sono visti come potenziali ladri, dai quali bisogna difendersi con ogni mezzo.

Vi è da dire che il mondo dell’editoria e dei contenuti digitali  non è nuovo a comportamenti poco rispettosi degli utenti: qualche tempo fa Amazon aveva fatto sparire dagli scaffali ben 57 mila libri di cultura omosessuale, rimettendoli poi precipitosamente in vendita dopo le proteste della comunità gay.  E il famoso lettore di mp3 della Apple, ad esempio, non permette di spostare i brani acquistati da un computer all’altro, né di estrarli dal lettore. Sull’iPhone, invece, si possono installare solo le applicazione che la casa costruttrice approva (sono migliaia, ma guarda caso le applicazioni VOIP, che permetterebbero di telefonare tramite internet bypassando le costose linee telefoniche, sono assenti).  A proposito: sapete quale era uno dei due libri rimossi dal Grande Fratello Amazon? proprio “1984”, di George Orwell.

 


Troppe email dal Governo, 02/11/2009 15.16

Posta in eccesso

L’Italia per molti versi è un Paese bizzarro: molte cose ci mancano, ma altre ne abbiamo in abbondanza, molto al di là di quanto siano realmente utili. Prendete ad esempio la Posta Elettronica Certificata (detta PEC). Una bella invenzione, che permette a un qualsiasi cittadino di scrivere agli uffici pubblici o stipulare contratti e ordini tra aziende senza usare la carta, i francobolli e le raccomandate.   La PEC è obbligatoria per le aziende sin dalla fine del 2008, e può essere acquistata da uno dei molti fornitori autorizzati banche, enti, Internet provider, ecc.), mentre per i professionisti diventerà obbligatoria dal prossimo mese. Tutto bene, allora? Non proprio. L’iperattivo Ministro per l’Innovazione ha pensato che una casella di posta certificata non bastasse. Ed ha iniziato le procedure di gara per assegnare a un gestore unico nazionale l’incarico di creare un servizio di “comunicazione elettronica certificata tra pubblica amministrazione e cittadini” (in breve CEC-PAC). Le nuove caselle per i cittadini costeranno al Ministero 50 milioni di Euro e saranno utilizzabili solo per comunicare con gli uffici pubblici attrezzati (quali saranno?). I servizi aggiuntivi (come la firma digitale, che sembrerebbe non proprio un accessorio per la posta certificata) saranno invece rilasciati a fronte di un pagamento da parte del cittadino.  Insomma dovremo avere due caselle? No, tre. Infatti nel frattempo, tra un seminario e un convegno, il titolare del dicastero ha stipulato un accordo con ACI e INPS, che dovranno rilasciare a loro volta, a domanda del cittadino, una “loro” casella di posta certificata, valida solo per comunicare con i due Enti. Si parla di 2 milioni di indirizzi, che poi dovranno essere unificati, ancora non si sa come (ma certo sarà oneroso), con gli altri che verranno dopo o sono venuti prima. Insomma, una confusione senza pari. Non è un caso che l’Italia, tra i paesi più sviluppati, sia all’ultimo posto per l’uso di Internet.

 


martedì, settembre 08, 2009

Vacanze virtuali
Di Patrizio Di Nicola

Ogni volta che torno dalle vacanze mi chiedo quanto ne sia valsa la pena. Intendiamoci: luoghi interessanti, compagnia gradevole, cibo più che accettabile. Ma quello che mi pesa è arrivare nel luogo del soggiorno. Una fatica biblica. Quest’anno, ad esempio, ho preso un volo per l’America. In teoria 9 ore di viaggio comodo, in pratica l’esodo dall’Egitto. Si comincia con un aereo di una primaria compagnia statunitense, che dopo alcune ore di viaggio si accorge che qualcosa non va. Bisogna tornare ad Amsterdam, dove i tecnici sicuramente metteranno a posto il difetto in pochi minuti. Attendiamo un paio d’ore in aereoporto, poi ci spediscono a pernottare in un triste hotel in mezzo al nulla, da dove ripartiremo l’indomani alle sei di mattina. Insomma, Roma-New York in 28 ore. Il ritorno è solo di poco migliore. Arrivati alle 3 del pomeriggio in aeroporto, la nostra compagnia (questa volta quella con il tricolore, orgoglio e vanto degli italiani che si rispettino) ci informa che il volo è ritardato di 7 ore. Nell’attesa possiamo divertirci a girare in aeroporto, e rifocillarci con la fantastica cifra di 15 dollari, cortesemente offerti per compensare il disagio.
L’anno prossimo mi faccio le vacanze virtuali. Anzitutto visiterò il parco più importante degli USA. Dal sito www.yellowstonepark.com mi vedrò il video dell’eruzione del Faithful Geyser (un evento naturale che avviene ogni 90 minuti), poi percorrerò, sempre in video, il Togwotee Trail, un percorso tra i più belli del West americano. Per finire assisterò alla partenza delle coloratissime mongolfiere in occasione dell’annuale raduno chiamato Riverton Rendezvous. Il secondo giorno di vacanze lo dedicherò alla vista di Santa Monica in California: dopo il parco, il mare. Dal sito www.tripfilms.com mi farò una passeggiata – ovviamente virtuale – sul lungomare della bella cittadina marinara sull’oceano Pacifico, famosa per i canali di Venice e per Muscle Beach, la spiaggia dei culturisti dove si allenava anche l’attuale Governatore dello Stato. A cena ovviamente andrò da One Pico, il nuovo ristorante sul lungomare, non lontano dal famoso pontile con la ruota panoramica, dove potremo mangiare – pur rimanendo a dieta - aragosta ed avocado (ma per i tradizionalisti meglio il classico risotto ai frutti di mare). Per concludere le mie vacanze mi sposterò, ovviamente senza problemi di aereo, ma grazie al sito trip film, a Sydney in Australia, dove potrò rilassarmi con una buona tazza di the verde Bancha nel Chinese Garden, un bellissimo giardino proprio in mezzo ai grattaceli. Agli amici non porterò regali, ma manderò bellissime cartoline. Grazie al sito www.postcards.org potrò crearne alcune con le foto dei posti che ho visitato, e spedirle per email. Ovviamente senza ritardi né costi di affrancatura. L’anno prossimo in vacanza mi divertirò un mondo, ne sono sicuro.
Tecnologie digitali e lavoro
Di Patrizio Di Nicola

1.
Negli ultimi trent’anni i contenuti, le modalità organizzative e i comportamenti individuali collegati al lavoro hanno subito una profonda metamorfosi.
Parte di questi cambiamenti è da attribuirsi all’impatto che le tecnologie ICT hanno avuto e continuano ad avere non solo sui contenuti della prestazione lavorativa, ma anche sul tempo e lo spazio dedicato al lavoro. In fabbrica il ciclo produttivo scandiva l’orologio dell’intera organizzazione sociale ponendo confini netti tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro. Il lavoratore moderno si trova invece a dover fronteggiare l'intrusione del lavoro nella vita privata e la mancanza di una distinzione tra lavoro e vita diventa una questione di tipo “culturale” in quanto insiste su credenze, valori, simboli e significati dell’individuo. Tutto questo è incredibilmente incentivato dalle nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione. Oggi l’e-mail raggiunge i lavoratori ovunque; il telefono cellulare li lega all'ufficio anche sulla spiaggia, e molti giorni festivi sono colonizzati dal lavoro. Lavoro e vita diventano come una pelle di leopardo, in cui parti chiare e parti scure si intrecciano senza soluzione di continuità, e pongono a serio rischio la possibilità di bilanciare i due ambiti vitali.

Non si può però sottacere il grande valore che le tecnologie digitali hanno aggiunto nella vita dell’individuo al lavoro, specialmente per coloro che – come ad esempio i quadri - sono portatori di professionalità elevate e agiscono negli snodi organizzativi delle aziende. Questi soggetti sono accomunati dalla necessità di gestire crescenti dosi di conoscenza e di informazioni, velocizzare i processi decisionali e gestire persone spesso le quali sono portatrici di strategie diverse e rapporti lavorativi flessibili. In tale contesto assume un rilievo particolare l’organizzazione del lavoro all’interno delle aziende e, in particolare, l’intensità e i metodi di utilizzo delle tecnologie, che rendono possibile trattare e riconciliare le complessità organizzative.
In fin dei conti, i pionieri dell’adozione dell’informatica nelle imprese e nelle abitazioni speravano di liberare l’uomo dai vincoli spazio-temporali che avevano caratterizzato il lavoro industriale. Ipotizzavano un mondo che, grazie ai computer, si sarebbe affrancato dai lavori ripetitivi e avrebbe permesso di concentrarsi sugli aspetti creativi della professione, magari svolta dalla comodità della propria casa tramite il telelavoro. Ciò nonostante le tecnologie digitali appaiono oggi profondamente ambivalenti: come Giano bifronte, possono aumentare l’efficienza e la soddisfazione del lavoratore, oppure intensificare la sua pena e lo sfruttamento delle risorse umane.

2.
Rispondere alla domanda un po’ retorica se le tecnologie ICT siano amiche o nemiche dei lavoratori è quindi è cosa tutt’altro che semplice. Forse è persino impossibile. Il problema va posto in maniera dialettica, specialmente considerando che le tecnologie digitali sono ormai embedded, cioè fortemente incorporate sia nelle pratiche lavorative (chi potrebbe pensare di lavorare alla vecchia maniera, facendo a meno di Internet?) sia nella vita quotidiana (avete mai provato a lasciare spento il cellulare per qualche giorno in una normale settimana lavorativa?).
Il problema del rapporto tra esseri umani al lavoro e tecnologie va affrontato “pensando all’inverso”. Bisogna capire quale sia l’effettiva libertà del soggetto nello scegliere le strategie di utilizzo delle tecnologie. In una società in cui il lavoro – nonostante il tanto parlare della sua crisi di rappresentazione - incide in modo rilevante nel processo di costruzione dell’identità personale, le tecnologie rendono possibile l’abbattimento delle limitazioni di luogo e di tempo, restituendo al singolo una rinnovata libertà nella costruzione di un personale tragitto di work life balance. In teoria, grazie alle tecnologie, si può decidere di lavorare con alcuni colleghi e non con altri a prescindere dal luogo in cui essi si trovano; oppure si può decidere di telelavorare in alcuni giorni anziché in altri, a prescindere dall’aritmetica del calendario. Ciò non significa lavorare di più, ma solo praticare le proprie personali preferenze, sfruttando a proprio vantaggio la “frammentazione fluida” dei tempi di lavoro.
Eppure questa libertà non è quasi mai data ai lavoratori, ai quali si chiede, proprio in virtù della disponibilità delle nuove tecnologie, di lavorare oltre l’orario di lavoro in ufficio, esercitando una forma di telelavoro addizionale. La mancanza di una distinzione tra lavoro e vita, anziché una questione legata alle tecnologie, diventa quindi un problema culturale ed è influenzata in prima istanza dalla cultura organizzativa. Nelle imprese i percorsi di carriera sono fortemente influenzati dall’importanza della presenza in ufficio e del presidio fisico, il che esclude la possibilità per il lavoratore di autodeterminare luoghi e tempi del lavoro. Per contro, le direzioni aziendali fanno leva sulle tecnologie per spingere verso una flessibilità praticata prevalentemente al di fuori dell’orario contrattuale di lavoro e in aggiunta a questo. In definitiva, la libertà che le tecnologie permettono è tenuta in ostaggio da culture aziendali che guardano al passato e che condizionano il livello di autonomia nello scegliere come e dove lavorare. E che, in qualche modo, snaturano le tecnologie di cui disponiamo.

3.
Per approfondire le tematiche descritte l’Agenquadri Cgil e la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università La Sapienza hanno iniziato una ricerca, destinata ai lavoratori ad alta professionalità e ai quadri aziendali. Essa intende comprendere sia come le tecnologie dell'informazione e della comunicazione hanno modificato il lavoro e il rapporto tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro, sia quale è stata la risposta dei lavoratori a tali innovazioni, e quale ruolo ci si attende dalle rappresentanze collettive – in particolare come esse possano incidere sul complesso rapporto che lega il professionista in azienda all’organizzazione tecnologica del proprio lavoro. Il questionario per la rilevazione - che si compila direttamente online all’indirizzo www.indaginequadri.it – costituisce un momento sia per comprendere meglio il complesso rapporto che intercorre tra ICT e organizzazione del lavoro, sia per rilanciare un ragionamento senza stereotipi e posizioni preconcette sulle potenzialità delle tecnologie nel favorire il work-live balance.

domenica, luglio 12, 2009

Se pesi troppo non ti compro
Di Patrizio Di Nicola

Le riviste specializzate e i blog tecnologici di tutto il mondo sono scatenati: a fine ottobre nei negozi arriverà Windows 7, il nuovo sistema operativo della Microsoft destinato a mandare in pensione il famigerato Vista. Un pensionamento anticipato, per un sistema operativo che verrà ricordato come il più lontano dagli utenti “normali”, quelli che vorrebbero semplicemente utilizzare il proprio PC per fare, in semplicità, le solite cose: scrivere qualche paginetta, sentire un po’ di musica, vedere un film, controllare la posta. Vista ovviamente fa tutte queste cose. Solo che richiede una macchina super potente, di ultimissima generazione, e anche così ogni tanto si addormenta: spingi un tasto e sembra che non succeda nulla; poi, con molta calma, l’azione viene svolta. Quando vuole lui, non a piacimento dell’utente. Questo comportamento dapprima mi ha seccato, poi mi ha gettato in depressione, infine mi ha stimolato i neuroni. Sono così entrato nel mondo del cosiddetto “software libero”. Ho scaricato Linux, in una versione, Ubuntu (parola africana che significa – non a caso - “umanità donata agli altri”), che sui forum si diceva fosse particolarmente adatta ai computer personali e portatili, e ho iniziato a usarlo, con un po’ di scetticismo, nella macchina tra le più vecchie che avevo. Per evitare di “guastare” Windows lo usavo da una penna USB (si: il sistema operativo parte anche da una memoria esterna). Il vecchio PC è risorto a nuova vita: all’accensione partiva in una manciata di secondi, dentro c’era tutto il software che si possa desiderare, era velocissimo e perdipiù è completamente gratuito (Vista, come il suo successore costava invece quasi quanto un netbook) . Anzi no, non c’e’ tutto il software di prima: manca l’antivirus, che in Linux non serve. Dopo qualche settimana di utilizzo mi sono convertito definitivamente: ho installato Ubuntu sul PC più nuovo che ho, quello su cui lavoro abitualmente. Convive con Vista, non lo ho rimosso più perché lo ho pagato che per reale utilità, almeno per l’uso che io faccio del computer. In fin dei conti, però, Vista mi è stato utilissimo: grazie ai problemi che mi ha creato mi ha costretto a trovare una soluzione alternativa. Vista mi ha anche fatto scoprire una regola d’oro: il peso eccessivo è tollerabile per gli esseri umani, ma assolutamente da evitare per il software. Da ora in avanti, quindi, prima di lasciarmi affascinare dall’ultimo nato dei sistemi operativi per computer, ne valuterò soprattutto la velocità e la funzionalità a confronto con Ubuntu. Dimenticavo: ho capito anche un’altra cosa. I monopoli prima o poi si distruggono da soli, quando smettono di capire cosa serve ai clienti, e si ostinano a proporre prodotti inutilmente complessi.

domenica, giugno 07, 2009

I costi dell’ignoranza

Di Patrizio Di Nicola per Rassegna Sindacale

Spesso le aziende si pongono il problema del costo delle informazioni. In realtà dovrebbero ragionare all’inverso, e chiedersi quanto costa l’ignoranza. Nella società basata sulle reti di comunicazione esiste una ignoranza gravissima, dovuta alla mancata condivisione della conoscenza. Ne abbiamo esempi tutti i giorni, in tutti i campi. A me ne è successa una che definire esemplare è poco. Questi i fatti: da qualche anno adopero, al posto del telefono cellulare, un simpatico apparecchietto prodotto in America, che ha il nome di un frutto di bosco. Questa piccola meraviglia mi permette di leggere le email in continuazione. Ovviamente ci si possono fare anche tante altre cose, perfino telefonare. Ma essere in contatto con gli altri è la funzione che più mi serve, e che serve a chi mi scrive. Un giorno, improvvisamente, mi accorgo che qualcosa non va: durante il week end non ricevo neanche un messaggio. Impossibile, gli spammer non riposano mai. Chiamo il numero dedicato all’assistenza clienti, dove una cortese signorina prima fa una serie di controlli amministrativi, poi qualche procedura, infine mi passa a un addetto che si interessa dei palmari come il mio. Inizia così una serie di tentativi di rianimare il defunto, che dura parecchio tempo. Dopo molti sforzi, anche il secondo addetto si dichiara sconfitto e mi avvisa che dovrà intervenire un tecnico vero, con il quale devo prendere un appuntamento telefonico. Il guru, il giorno dopo, mi chiama. E, sorpresa, mi chiede di rifare tutte le procedure e i tentativi già fatti con il precedente operatore. Solo dopo molto tempo da prova di creatività e mi chiede di fare un intervento nuovo, per poi lasciare il palmare spento per 12 ore. Ci lasciamo con l’accordo che se le email non si sono riattivate, bisogna richiamarlo. Ovviamente il giorno dopo non è cambiato nulla, e cerco di ricontattarlo. Scoprendo che è impossibile: ogni telefonata al numero dell’assistenza deve seguire da capo la stessa trafila; altri due giorni di fatica per tornare a parlare con un tecnico che disperato mi dice di andare in uno specifico negozio con un numero magico grazie a cui potrò farmi riparare l’apparato. Ci vado. E avete indovinato? La procedura delle prove ricomincia da capo, in quanto l’addetto del negozio mi spiega che lui, essendo un commerciale, non ha accesso al database dei tecnici e quindi prima deve tentare di rimetterlo in funzione. Dopo due ore di sua grande fatica e mia depressione me ne vado convinto di cambiare sistema e gestore. Sconsolato, appena a casa invio una breve riflessione della mia odissea su Facebook. Neanche un’ora e un amico (un avvocato, mica un ingegnere) mi telefona per dirmi che è successo anche a lui e si risolve cancellando completamente il sistema operativo. E’ una prova che mi manca. Eseguo. Funziona tutto. Morale: se volete risolvere i problemi, affidatevi ai social network, non all’assistenza tecnica degli operatori. Loro non condividono le conoscenze, sono ignoranti e perciò vi fanno perdere tempo e denaro.
Il Fisco mi ha scritto…

di Patrizio Di Nicola

Cosa pensereste se, avendo inoltrata “regolare istanza” ad un ufficio del fisco per segnalare che una certa tassa (nella fattispecie quella sulla TV) non dovete più pagarla, e in risposta otterreste una lettera che inizia con le parole “la Sua comunicazione è inefficace” e termina con “si fa presente inoltre che sono ancora dovuti i seguenti importi:”? Ovviamente che la domanda è stata bocciata, e vi siete anche dimenticati di pagare negli anni passati. Invece non è così: un gentile addetto al call center vi spiegherà, al costo di 14 centesimi al minuto, che quella risposta è positiva. Deve essere però corredata di una dichiarazione aggiuntiva – peraltro difficile da comprendere: bisogna giurare di aver ceduto l’apparecchio TV a qualcun altro che già paga il canone. E se invece si fosse solo guastato? Oppure se, visto il ciarpame che passa in TV avessimo deciso di smettere di usarla, affidandoci ad Internet per aggiornarci e divertirci? Tale caso non è contemplato… Perdipiù, spiega il telefonista, gli importi dovuti in realtà non sono dovuti, nel senso che lo sarebbero solo nel caso che voi decideste di pagare la tassa anche in futuro (ma come, se ho chiesto di non pagarla, perché dovrei cambiare idea?). Per finire il giovane impiegato ci ricorda che la documentazione ad integrazione va inviata entro 15 giorni, altrimenti decade tutta la pratica. Peccato che loro, il fisco, ci abbia impiegato tre mesi per reagire alla nostra “istanza”. Cioè sei volte il tempo che concede a noi. Forse io sono troppo pignolo, ma c’è qualcosa che non funziona nel modo di comunicare del Fisco con l’utente, se capita che una persona di intelligenza media abbia problemi a decodificare una missiva. Ma tutti i soldi spesi per l’e-government a cosa servono se non si riesce neanche a scrivere con chiarezza una lettera? Il dubbio forte è che siano stati in buona parte fondi gettati al vento, utili per lo più a finanziare acquisti di macchinari che ingombrano gli uffici senza incidere né sull’organizzazione, né sugli stili di comunicazione, i quali rimangono astrusi, burocratici e autoreferenziali. Così si spiegherebbe come mai, nel recente rapporto ONU sulla preparazione nei confronti dell’e-government l’Italia figuri al posto n. 27, e sia preceduta, solo per fare qualche esempio da Slovenia (n.26), Repubblica Ceca (n. 25) ed Estonia (al n. 13). E ovviamente da tutte le nazioni europee, Spagna inclusa, che nell’ultimo anno ha reso disponibili i siti web del governo, oltre che in spagnolo e inglese, anche in cinese, giapponese, russo, tedesco e portoghese. Provate per curiosità ad andare sul portale ufficiale del Governo italiano: solo in italiano, appunto. Va un po’ meglio nel sito del prossimo G8, che almeno prevede la lingua inglese. Ma solo quella. Forse ai “Grandi 8” si poteva fare la cortesia di scrivere nelle loro lingue madri, no?
Rigido e flessibile

di Patrizio Di Nicola

Un tempo, quando il mondo se ne stava al calduccio della società industriale, tutte le categorie di analisi erano chiare e lineari. Prendete i concetti di rigido e flessibile: il primo aveva una accezione tutto sommato negativa, ed indicava qualcosa di duro, impossibile da piegare. Avere un carattere rigido, essere duro nei comportamenti non rappresenta una buona qualità umana. Al contrario il concetto di flessibile ci rimanda una valenza positiva: una cosa o una persona flessibile si adatta a contesti e situazioni differenti, quindi è poliedrica e docile. La produzione, quando è flessibile, si sposa meglio con le condizioni del mercato del lavoro e delle vendite. Oggi, però, siamo un po’ disorientati, e l’equazione flessibile=buono, rigido = cattivo non funziona più bene come un tempo. Vediamo alcuni esempi di dissonanze cognitive che si sono create: iniziamo dal lavoro flessibile. Ottima idea, si potrebbe pensare, in quanto facilita la conciliazione dei tempi, un bene importante per tutti noi. Invece il lavoro flessibile è diventato una specie di disgrazia, e chi è flessibile rischia ogni giorno di trovarsi sul lastrico. Secondo esempio è la “morale comune”: se e’ flessibile ed adattabile pare sia meglio, si genera una società tollerante. Invece in nome della morale flessibile si fanno abusi di ogni tipo, dalla discriminazione razziale sino al parcheggio in tripla fila. Vi è chi, inneggiato dalle folle, cita la morale comune per giustificare chi evade le tasse, ovviamente quando sono troppo elevate. Terzo esempio di flessibilità immorale ce la fornisce la recente idea di auto-condonarsi gli abusi edilizi: se hai una casa e la allarghi, ma non troppo, fai bene e aiuti la ripresa economica. Forse più che flessibile l’idea è solo balzana, ma tant’è. Sul fronte opposto, di comportamenti rigidi che si contrabbandano per esempi positivi citiamo: 1) la legge sul testamento biologico, che fissa una regola rigida sul fine vita uguale per tutti, a prescindere dalle scelte individuali, ma che viene vista dal governo come una grande scelta di civiltà; 2) le norme – che non si vuole proprio modificare – sugli ordini professionali, gli albi e i cartelli vari; grazie a queste entità paghiamo di più il taxi, il notaio, la benzina, i servizi bancari e perfino la pasta. Sarà vero che la rigidità garantisce la professionalità di questi servizi? 3) le liste bloccate alle elezioni. Dice Qualcuno (si noti la maiuscola) che tale rigidità serve a proporre ai cittadini solo il miglior personale politico. Ma a me piacerebbe tanto votare chi mi pare. Possiamo essere tanto flessibili da farmi sbagliare da solo?

giovedì, marzo 12, 2009

Odio e dintorni
Di Patrizio Di Nicola

Il titolo del libro e’ costituito da un acronimo offensivo. ACAB= All Cops Are Bastard, tutti i poliziotti sono dei bastardi. L’acronimo compare per la prima volta negli anni ottanta nel titolo di una canzone del gruppo skinheads The 4-Skins. Una scritta che si trova, sempre più spesso, sui muri degli stadi, e tatuata sulla pelle degli ultrà.
L’autore è il giornalista di Repubblica Carlo Bonini, Autore di vari scoop molto informati (come quello sul caso Telekom Serbia) e di alcuni libri di successo, come quello sulle Toghe Rosse (nel 1998 con il giudice Misiani) e il più recente sulla prigione di Guantanamo (nel 2004).
Lo stile del libro è quello del romanzo, che segue le vite di un gruppo di celerini, coinvolti in alcune delle storie più spinose dell’Italia recente, dai fatti del G8 di Genova, sino ai disordini esplosi nelle tifoserie romane dopo la morte del tifoso laziale Gabriele Sandri, avvenuta nella stazione di servizio autostradale di Badia al Pino.
Il contenuto del libro, ci avvisa l’autore, è tutta attinente la realtà: una storia raccontata tramite la raccolta di atti processuali, documenti e testimonianze delle persone coinvolte.
L’odio è l’elemento portante della narrazione. Non un semplice odio di classe, ma un rapporto complesso tra persone che stanno su due barricate totalmente diverse di uno stesso stadio: da una parte gli ultrà, dall’altra i poliziotti. Che condividono, con gli ultrà, la stessa origine. Stessi quartieri, medesime ideologie politiche di estrema destra. Ma gli uni sono dalla parte dell’ordine, gli altri del disordine. Per definizione. Una linea di confine che a volte sembra offuscarsi, come scoprono i poliziotti indagati – con un certo stupore - dopo i pestaggi di Genova. Scoprire che non sempre è vero che “l’Italia non è uno stivale, ma un anfibio di celerino”, come afferma nel blog della polizia uno dei protagonisti, può essere uno shock.

Questo libro può essere letto in due modi: come un romanzo, e di certo vi avvincerà. Ma anche come un reportage, e questo vi renderà molto inquieti.

Riferimento:
Carlo Bonini, ACAB - All Cops Are Bastard, Giulio Einaudi Editore, 2009

lunedì, marzo 02, 2009

Se il mondo reale censura quello digitale

In passato il mondo della politica stentava a capire le logiche a cui si ispira Internet. Con una allarmante periodicità, cercava di “intrufolarsi” in questo universo con leggi e decreti assolutamente inapplicabili, che finivano solo per creare oneri gravosissimi e inutili. Norme peraltro facilmente aggirabili, grazie proprio alla struttura aperta della rete. Un esempio: quando si decise di oscurare il sito Pirate Bay, accusato di fornire collegamenti a materiali coperti da copyright, fu adottata una tecnica detta “filtraggio”. Inutile dire che il sito indicò immediatamente un sistema, perfettamente lecito, per ignorare la limitazione. Ma qualcosa sta cambiando: sembra infatti che la politica oggi capisca meglio Internet, ed iniziano a comparire proposte di legge che vanno –casualmente? – in direzione di una limitazione dell’ampia libertà che ora vige sulla Rete. L’attacco è partito circa 18 mesi fa, quando il senatore del PD On. Levi presentò una proposta di legge sull’editoria, che avrebbe portato alla chiusura di migliaia di blog, forum e siti, equiparati a testate giornalistiche, con conseguente obbligo di nominare un direttore responsabile e attivare rigide procedure di registrazione. Le critiche furono molte, il Sen. Levi promise modifiche, ma poi ha ripresentato la legge quasi identica alla prima occasione. Il Times fu lapidario: si tratta di un “attacco geriatrico ai bloggers italiani”. La seconda mossa contro la rete viene dal senatore dell’UDC D’Alia, che il 5 febbraio 2009 inserisce nel decreto sulla sicurezza un emendamento (Art. 50-bis) inteso a chiudere i siti e i servizi internet che istigano a delinquere. Buona idea? No: la norma è tanto maliziosa da portare alla chiusura indiscriminata di portali come YouTube o Facebook . Il terzo attacco viene dalla deputata Carlucci, che nel recentissimo DDL 2195 vieta l’immissione in rete di qualsiasi contenuto in maniera anonima (apparentemente dimenticando che i provider, in caso di richiesta del giudice, possono fornire l’identità di qualsiasi proprio utente). Ci sembra un vero a proprio accerchiamento: la politica ha capito che, piegata l’editoria e la TV, bisogna ridurre gli spazi di liberta su Internet. Ma che ci riesca è tutt’altro che scontato: la grandezza di internet è che per ogni limitazione si genera per reazione un nuovo spazio libero, dal citizen journalism al personal broadcasting. E’ la Rete, Onorevoli.
Working Class Hollywood

Il cinema ha sempre parlato poco del lavoro, preferendo, come avvenuto ad esempio nel neorealismo italiano, concentrarsi su soggetti sociali come i poveri o i disoccupati, o, come nel cinema hollywoodiano, dando spazio ai professionisti e ai manager più o meno rampanti.
Il perché di tale esclusione, che risale agli albori del cimena, tenta di spiegarcelo il libro di cui parliamo oggi. Non è un testo nuovo (è stato pubblicato nel 1998), è di un autore americano, Steven Ross, che dirige il Dipartimento di Storia presso la University of South California, e non è mai stato tradotto in Italiano, per cui chi lo vuole leggere dovra’ acquistarlo, per circa 27 dollari, su Amazon o richiederlo tramite il prestito interbibliotecario e poi sforzarsi un po’ con l’inglese.
Nonostante tutte queste difficoltà, se siete appassionati di storia del lavoro e del cinema, è una lettura imperdibile. Il titolo del libro è evocativo: Working Class Hollywood, Hollywood e la classe lavoratrice.
Ross prende in esame la ricca produzione cinematografica americana nei primi tre decenni del ‘900, tra il 1907 e il 1930, scoprendo che in quell’epoca moltissimi film muti (oltre 200 film) prodotti ad Hollywood, all’epoca nascente centro della produzione cinematografica, avevano per oggetto le classi lavoratrici e i conflitti di lavoro. Registi famosi dell’epoca, come Charlie Chaplin, D. W. Griffith, e William de Mille giravano film che avevano per tema i lavoratori e la difesa dei diritti della classe operaia contro i loro nemici, i capitalisti.
Poi vennero alla ribalta gli stessi operai, che divennero registi e produttori di film di protesta, realizzando titoli come A Martyr to His Cause (del 1911, dedicato alla nascita del sindacato AFL) o The Gastonia Textile Strike (del 1929, un documentario realizzato dal cameraman Sam Brody in presa diretta durante lo sciopero delle fabbriche tessili di Gastonia, in South Carolina, che documenta tra l’altro la brutalità della polizia contro scioperanti e sindacato). Questi film raccontavano una classe operaia forte ed unita che tramite scioperi, sindacati e comportamenti radicali intendeva trasformava l’America. Questi film erano considerati tanto pericolosi che Edgar Hoover, dal 1924 direttore del FBI, aveva creato una sezione della polizia per spiarne i registi e gli attori.

I film operaisti e radicali scomparvero dalle scene verso la fine degli anni Venti. In quel periodo, che segnera’ il passaggio dal muto al parlato, nasce il sistema dei grandi Studios californiani, che grazie ai finanziamenti di Wall Street iniziano a realizzare colossal, assumono registi, tecnici e attori, comprano sale di proiezione e teatri e possono così attuare un controllo capillare della produzione cinematografica. In questo nuovo sistema, ovviamente, non c’e’ posto per la classe operaia e per le fabbriche e i film veicolano l’immagine di un’America benestante e consumista, senza conflitti sociali e senza classi. Sarà un falso storico, ma molto ben riuscito.

Working-Class Hollywood: Silent Film and the Shaping of Class in America
Steven J. Ross,
Princeton University Press, 1998

lunedì, febbraio 23, 2009

Ebay, un mondo tax free?

Di Patrizio Di Nicola


ComScore, una società statunitense che tiene traccia in tempo reale dell’uso che si fa di Internet ha di recente misurato un miliardo di persone online nell’arco di un mese: Si tratta di individui unici, quindi persone vere che usano la rete. La comunità più larga, a differenze di quanto si potrebbe pensare, non è composta di nord americani (sono 163 milioni), ma da cinesi: ben 180 milioni di utenti della rete vengono da quella nazione. L’Italia è all’undicesimo posto, con 21 milioni di utenti, oltre un terzo della popolazione. Queste persone in rete fanno di tutto: scrivono blog, leggono news, scoprono nuovi amici, partecipano a enciclopedie virtuali. Alcuni di loro, si spera pochi, evadono anche le tasse, proprio come si fa nella vita reale. Pochi giorni fa molti utenti italiani di E-Bay, il popolare sito di e-commerce tramite aste, ha comunicato ai suoi clienti di aver passato alla Guardia di Finanza i nominativi di molti venditori che, negli ultimi cinque anni, hanno effettuato un elevato numero di transazioni, per importi tutt’altro che insignificanti. Senza, ovviamente, curarsi di pagare alcun tipo di tassa che non sia la percentuale dovuta a E-Bay. Se ciò è perfettamente regolare qualora un privato cerca di disfarsi di un oggetto che non utilizza più, le cose cambiano ovviamente quando lo stesso privato addirittura apre un “negozio” online completamente abusivo. Come ha fatto quel signore di una città del Nord Italia che, racconta l’edizione online del Secolo XIX, in pochi mesi ha venduto 26 mila oggetti, guadagnandosi 600 mila euro e guardandosi bene dal versare una sola lira di tasse. Per fortuna che il gioco del “Guardia e Ladri”, tra evasori e finanzieri, continua anche su Internet. In fin dei conti, anche nel mondo virtuale rimane vero che se tutti pagano il dovuto, alla lunga pagheremo meno.
Inutile e virtuale
Di Patrizio Di Nicola

Gli italiani, come noto, non sono particolarmente amanti delle nuove tecnologie: da noi la percentuale d’uso dei PC, di Internet, delle carte di credito, degli acquisti online, ecc. è molto minore rispetto alle medie europee o al Nord America. Siamo invece follemente innamorati delle tecnologie che richiedono, per essere utilizzate, poco studio e ancora minore fatica: ne sia un esempio la diffusione dei cellulari, che ormai copre tutta la popolazione e anche di più, inclusi neonati e vecchine ultranovantenni. I cellulari, ovviamente sono sempre più complessi, ma da noi se ne fa quasi sempre un utilizzo di base: qualche chiamata – a costi decisamente superiori a quanto sarebbe giusto – qualche SMS, anch’essi a caro prezzo. Ma da qualche mese è scoppiata una nuova moda: Facebook. Il sistema, nato nel 2004 per tenere in contatto gli studenti delle maggiori università americane, si è rapidamente espanso, sino a raggiungere una base di 160 milioni di utenti nel mondo. In Italia, negli ultimi 5 mesi, vi è stato un boom di iscritti: da meno di 500 mila a circa 5 milioni di persone (almeno così pare: i dati del virtuale sono spesso un po’ incerti). Un successo strepitoso, se si pensa che Facebook praticamente non serve a nulla che non sia comunicare. Gli utenti, infatti, una volta iscritti, debbono cercare i loro amici (ovviamente se li invitano a diventare membri del sistema quelli di Facebook saranno molto più felici: ogni utente ha un valore stimato di un decimo di dollaro), e iniziare a scambiarsi messaggini. Oppure a inserire foto private (abbondano bambini, vacanze, paesaggi…) e commentare quelle degli altri utenti. Un’altra attività molto frequente consiste nel creare delle “cause” e chiedere agli amici di supportarle. Ne esistono di serissime (contro la mafia, ad esempio) e di assolutamente inutili (come quella sull’importanza di avere molte scarpe nell’armadio). Una volta aderito alla “causa” cosa succede? Ovviamente nulla, questo è un esempio di mondo virtuale con propaggini inutili. Speriamo che nel futuro il sistema migliori, sia sotto il profilo della tutela della privacy degli utenti, sia dal punto di vista dell’utilità.

mercoledì, dicembre 24, 2008

Lavorare meno, lavorare tutti?

Sacconi, dopo aver pensato di far lavorare di più gli italiani allungando l'eta pensionabile, ora vuole farli lavorare di meno, riducendo la giornata lavorativa a 4 giorni. Ottima idea. Basterebbe:
- estendere la cassa integrazione a tutte le imprese;
- mettere tutti i lavoratori in cassa integrazione il venerdi, come la Fiat fa spesso durante l'anno sin dal 1960.

La nuova pensata di Sacconi non e' che nasconde la volonta' di far pagare la settimana cortissima ai lavoratori?
Lavori un giorno in meno, prendi il 20% in meno. L'azienda ci guadagna, in quanto non paga lo stipendio e si prende una maggiore produttivita' (come noto il venerdi e' il giorno peggiore per le imprese: i lavoratori sono stanchi).
Solo una piccola controindicazione: tra crisi e impoverimento, poi ci ritroveremo con almeno il 20% in piu' di lavoro nero, e a prezzi stracciati. Con grande vantaggio per le aziende che evadono le tasse.

Speriamo che sia la solita dichiarazione delle 9 e smentita a mezzogiorno.

Noi abbiamo altri problemi: secondo l'Istat di oggi, è salita dal 14,6% al 15,4% il numero delle famiglie che ha dichiarato di arrivare con molta difficoltà alla fine del mese. L'Istat rileva «segnali di disagio particolarmente marcati» al sud e nelle isole, e in particolare in Sicilia dove sale al 10,1% il numero di famiglie con problemi di risorse per il cibo.

(Fonte: http://www.corriere.it/economia/08_dicembre_22/istat_soldi_cibo_5d31ad60-d01d-11dd-b6ee-00144f02aabc.shtml?fr=box_primopiano)
Gli auguri della TIM

Ricevo dalla Tim questo SMS:

"TIM ti augura buone feste! In palio solo per OGGI un BUONO SPESA da 10.000 Euro! Rispondi SI a questo SMS e sei nei sorteggi! 1,2E per 1 contenuto. Reg.4500.it"

Ma non vi sembra che sia ingannevole? Mica e' tanto chiaro che se rispondi ti tolgono 1 Euro + Iva dal credito. Questo dovrebbe significare "1,2E per 1 contenuto. Reg.4500.it", almeno credo.

Alla faccia degli auguri!

sabato, dicembre 20, 2008

Asini e ministri

Di Patrizio Di Nicola

Viviamo in un mondo digitale, lo diciamo quasi ogni giorno. Vuol dire, tra l’altro, che abbiamo accesso in tempo reale a miriadi di informazioni su base planetaria. Ma ciò non significa automaticamente che ne sappiamo di più su tutto: il rischio di sbagliare, quando le informazioni vengono trattate con superficialità, è ancora maggiore che nel vecchio mondo analogico. Un esempio di quanto sia facile “prendere fischi per fiaschi” ci viene da due ministri dell’attuale governo. Gli onorevoli Brunetta e Rotondi, nel corso di alcuni dibattiti televisivi sui presunti sprechi delle università, citavano ripetutamente, avendolo trovato probabilmente nel database informatico del ministero della ricerca, il caso di un finanziamento (peraltro di poche decine di migliaia di Euro) utilizzato dall’Università di Pisa per studiare la conservazione dell’Asina del Monte Amiata. Inutile dire che tale studio veniva portato dai due politici quale esempio di ricerca inutile, ovviamente da tagliare in un’ottica efficientistica. Soldi pubblici buttati al vento, insomma. A ristabilire la verità ci ha pensato il titolare della ricerca, un serissimo professore di veterinaria, che in una lettera aperta pubblicata su internet spiegava pazientemente ai due ministri che la sua ricerca aveva lo scopo di mantenere in esistenza un animale a rischio di estinzione, il cui latte rappresenta l’unico nutrimento possibile per neonati afflitti da gravi intolleranze alimentari, e che pertanto non possono essere allattati al seno materno. Inutile dire che dal finanziamento sono scaturiti ben 26 saggi, articoli e comunicazioni a convegni, in Italia e all’estero. Dove sono molto interessati a questa ricerca italiana, che la comunità scientifica evidentemente non considera inutile. In definitiva, grazie al mondo digitale, scopriamo che gli Asinelli non sono soltanto sul Monte Amiata: vanno anche a Ballarò, e camminano su due zampe.
Università telematiche

Di Patrizio Di Nicola

In questi giorni di agitazione, si è molto parlato del sistema universitario italiano, sia per difenderlo che per attaccarlo, magari solo allo scopo di “fare cassa” togliendogli le risorse per il normale funzionamento. Ma non vi è dubbio che alcune debolezze esistono nelle nostre accademie. L’estrema frammentazione, in termini sia di sedi che di corsi di laurea è una di queste. Purtroppo la frammentazione esiste anche online: proliferano sia i corsi di laurea online, sia le università telematiche. Secondo il rapporto Omniacom 2007, in quell’anno esistevano ben 222 corsi erogati da 45 atenei, con un numero di iscritti pari a 48.391 (l’incremento, rispetto al 2005/06, è stato del 21,5 %). Si tratta di un mercato di oltre 84 milioni di euro, considerando che le tasse di iscrizione ai corsi a distanza sono mediamente quasi doppie rispetto all’università tradizionale. Ma in Italia esistono anche le Università Telematiche: si tratta di strutture quasi esclusivamente virtuali, autorizzate dall’allora ministro dell’Istruzione Moratti, e viste con sospetto dal suo successore Mussi che ne ha fermato lo sviluppo. Nel 2007 erano nove enti, per un totale di 9.376 iscritti. La più grande di tutte è l'Università Telematica Marconi di Roma con l’81,4% del mercato totale. Il panorama delle lauree online, quindi, è estremamente polverizzato: troppe università spendono soldi per offrire corsi a pochi studenti – e spesso di tratta di poco più di lezioni in videoconferenza - mentre il modello dell’e-learning ha i maggiori vantaggi nella condizione opposta: quando poche istituzioni offrono corsi certificati e di alta qualità a milioni di studenti online che sono in grado, grazie a sofisticate tecnologie, di apprendere e cooperare in rete. Purtroppo la malattia del particolarismo, che affligge le nostre università tradizionali, ha ormai contagiato anche quelle online e non si vede all’orizzonte un medico esperto.

lunedì, ottobre 20, 2008

Economia ingiusta
Ponti d’oro al manager che fugge
(articolo pubblicato all'indirizzo
http://www.rassegna.it/articoli/2008/10/17/38192/ponti-doro-al-manager-che-fugge)

Il più pagato nel 2007 lavorava alla Johnson & Johnson, che ebbe la crescita più deludente. Un’ingiustizia da piani alti del capitalismo. E i salari delle persone normali sono sempre più bassi. "Produci di più, guadagni di più": ma non vale per tutti

di Patrizio Di Nicola


Da oltre dieci anni tutti i paesi industrializzati perseguono, a torto o a ragione, una politica di moderazione salariale. Nato dall’esigenza di tenere bassa l’inflazione, il contenimento delle spinte retributive ha trovato giustificazione nella convinzione che gli aumenti in busta paga, se non legati all’incremento di produttività, non avrebbero creato benessere duraturo né per le imprese né per i lavoratori. Così, sia adottando le politiche centralizzate di predeterminazione dei tassi di inflazione, sia tramite operazioni sulla retribuzione oraria minima, ovvero grazie alla contrattazione locale, tutti i paesi sviluppati hanno compresso gli aumenti retributivi.

Qualcosa, però, non ha funzionato: la teoria non prevedeva che i lavoratori si sarebbero impoveriti. Invece così è stato, e in molte parti del mondo il potere d’acquisto dei titolari di redditi fissi si è ridotto considerevolmente. In Italia, ad esempio, negli ultimi 5 anni il calo è stato del 10 per cento; negli Usa ancora di più.

Ma vi è un luogo ove tutto ciò non è avvenuto: si tratta dei piani alti delle aziende, ove vivono i top manager che dirigono le imprese. Per loro, come vedremo, le regole del mercato si applicano in maniera molto discrezionale. Va detto, anzitutto, che è davvero difficile conoscere gli stipendi dei manager, e ciò sia per la naturale riservatezza delle imprese, che troverebbero complesso spiegare alcune retribuzioni “top”, sia per la complessità delle buste paga, che prevedono almeno altre quattro diverse voci oltre la retribuzione: la quota variabile con i risultati, le opzioni azionarie, i benefit e le gratifiche. Ma le voci possono facilmente diventare decine, con alcune indennità erogate nell’anno in corso, altre a distanza di tempo. In tale generalizzata riservatezza, di tanto in tanto si intrufola un giornalista o uno studioso, e svela, tra lo scandalo generale, a quanto ammonta la total compensation dei capi d’azienda.

Negli Usa, secondo Business Week, i Ceo delle 5 maggiori aziende private hanno incassato nel 2007 tra i 16,7 e i 31,9 milioni di dollari. In media il capo azienda di una delle 500 imprese del listino azionistico S&P guadagna in tre ore quanto un dipendente in un anno. In Europa la situazione non sembra molto dissimile (magari è solo un po’ meno nota). Su Fortune International del 7 ottobre 2006, l’esperto Abrahm Lustgarten profila i 25 manager più pagati d’Europa, trovando redditi che vanno da 4,5 ai 32 milioni di dollari, solo in minima parte (tra il 5 e il 20 per cento) erogati in forma di salario. I più pagati sono i manager francesi, ma nell’elenco figurano un po’ tutte le nazionalità. Gli italiani presenti nella golden list erano tre: Marchionne (Fiat), Tronchetti Provera (Telecom), Scaroni (Eni).

Quello che più stupisce, però, non è tanto l’importo delle retribuzioni dei manager, che ad alcuni potrebbe sembrare scandaloso, quanto l’assenza di mercato e di trasparenza nella determinazione delle stesse. Per tornare al caso delle 5 maggiori aziende Usa, ad esempio, il manager più pagato nel 2007 lavorava alla Johnson & Johnson, che in quell’anno ebbe la crescita azionaria più deludente: appena 3,6 per cento se comparata al +24,3 della ExxonMobil, il cui Ceo si è portato a casa “appena” 16,7 milioni di dollari, cioè la metà dell’altro. Un’evidente ingiustizia da piani alti del capitalismo mondiale. Tali disparità sono diffuse in tutta l’economia americana, ove non esiste un valore di riferimento che lega le compensazioni dei manager ai guadagni dell’impresa. Senza citare poi i casi eclatanti, come quelli di presidenti e amministratori che, dopo aver portato le imprese sull’orlo del fallimento, se ne vanno con bonus milionari, essendosi costruiti delle autostrade d’oro per facilitare la fuga dall’impresa in crisi.

Insomma, possiamo definire quella dei top manager una vera e propria giungla retributiva, che si è espansa rapidamente a partire dagli anni Novanta. Secondo John McCall, della Saint Joseph’s University di Philadelphia, in quella decade le retribuzioni dei lavoratori americani sono aumentate mediamente del 37 per cento, mentre quelle dei manager del 571 per cento. Questi ultimi, all’inizio del 1980, avevano una retribuzione circa 40 volte più alta di un lavoratore medio, mentre all’inizio del 2000 il rapporto era passato a 500. Per disegnare una figura semplice, se per i lavoratori dipendenti si fossero applicate le stesse percentuali di aumento, il loro salario ora sarebbe di oltre 120 mila dollari l’anno, non di 24 mila.

Alfred Rappaport, su Harvard Business Review di marzo-aprile 1999, sostiene che, utilizzando gli schemi retributivi convenzionali, spesso i top manager vengono premiati anche quando la loro azienda va male. Nelle fasi di crescita dei mercati, infatti, tanto le imprese che ottengono buoni risultati quanto quelle che non raggiungono gli obiettivi sperati riscontrano miglioramenti azionari, e ciò per motivi macro economici di scenario esterno, quindi al di fuori di qualsiasi controllo manageriale. Robert Boyer, su Competition & Change del marzo 2005 va ancora più in là: le politiche retributive basate sulle stock option, nate per piegare i manager al volere degli azionisti che chiedevano una sempre più rapida remunerazione degli investimenti, sono ormai alle corde. I Ceo, infatti, grazie a una spregiudicata alleanza con il mondo della finanza, hanno capito come far crescere il valore delle azioni senza necessariamente migliorare le performance aziendali. Basta ad esempio ricorrere a fusioni e acquisizioni di altre aziende, magari con associati licenziamenti di massa, per ottenere lauti guadagni in borsa e quindi sulle opzioni detenute. In più, se si incrementa la dimensione aziendale, di solito cresce anche la retribuzione dei manager.

Cambiare la situazione è però possibile. Anzitutto bisogna contenere l’opportunismo dei top manager richiamando l’impresa, tramite il controllo pubblico sui bilanci, a comportamenti responsabili. Ciò significa, in sintesi, passare dai bilanci tradizionali alla preparazione e diffusione obbligatoria dei bilanci etici, traslando dal controllo degli shareholder a quello degli stakeholder: azionisti, lavoratori, comunità locale. In tale contesto le compensazioni milionarie per i manager avrebbero scarsa possibilità di esistere. Inoltre bisogna passare dalla retribuzione legata agli andamenti aziendali a breve a quella a medio termine: tramite la leva fiscale è tutto sommato semplice premiare i manager che garantiscono aumenti duraturi del patrimonio aziendale. In tal modo, peraltro, si applicherebbe loro la stessa regola invocata da chi vuole che ogni aumento retributivo sia legato a un aumento della produttività.

17/10/2008 19:06

mercoledì, ottobre 01, 2008

Oltre il fannullonismo.
Quale innovazione per la Pubblica Amministrazione italiana?
di Patrizio Di Nicola e Marta Trotta



1.
Il dibattito politico che dall’inizio dell’estate è stato ospitato dalle testate giornalistiche si è occupato, con connotati accesi e a volte semplicistici, di quella che è stata definita lotta contro i fannulloni. Sottolineare la scarsa efficienza delle strutture e dei dipendenti pubblici da parte di Ministri ed addetti ai lavori non è un esercizio originale: solo per citare un autorevole precedente, nel marzo 1994, l’allora ministro della Funzione Pubblica, Sabino Cassese, puntò l’indice contro la scarsa produttività della pubblica amministrazione, chiedendo a tutti i dirigenti degli Enti pubblici di misurare in maniera scientifica i carichi di lavoro (pratiche svolte, lettere recapitate, degenti operati, ecc) al fine di scovare le sacche di inefficienza.
Sappiamo come finì: in nessuna PA misurata esistevano eccedenze di personale, semmai vi era una discreta carenza, reale o presunta non è ancora chiaro. La tematica del fannullonismo è stata avanzata anche dall’attuale opposizione: il giurista Pietro Ichino, nel 2006, ha pubblicato un volume dal titolo chiaro, “I nullafacenti”. Di conseguenza, appena eletto al Senato nelle file del PD, ha presentato una proposta di legge intesa a valutare l'efficienza e il rendimento delle strutture pubbliche e dei loro dipendenti. Proposta co-firmata da un discreto numero di ex sindacalisti.
Nulla di nuovo sotto il sole, quindi: la questione del buon funzionamento dell’amministrazione pubblica non è né di destra né di sinistra. Il vero problema è capire come potrà avvenire una tale evoluzione, e perché sia tanto difficile da ottenere. Ciò richiede qualche riflessione sul tema della modernizzazione della pubblica amministrazione, in generale, e sul cambiamento organizzativo, in particolare.

2.
Anzitutto qualche spunto di carattere storico: il modello organizzativo dal quale trovano ispirazione tutte le pubbliche amministrazioni europee è quello dell’apparato burocratico pensato da Max Weber nel 1922. Per tale autore, all’interno di una organizzazione, sono le norme che regolano il tipo di relazione sociale e l’agire amministrativo è governato dal potere legale: è sull’equità della legge che si reggono i principi universalità dei servizi erogati dallo Stato alla collettività. La quale, a quei tempi era caratterizzata da popolazioni relativamente omogenee, composte da gruppi o classi di persone che esprimevano una domanda sociale semplice e identificabile.
Le ragioni della crescente inadeguatezza dei modelli organizzativi ispirati alle logiche weberiane hanno una duplice origine. Innanzitutto, il contesto è profondamente mutato: la pubblica amministrazione è chiamata da un lato a soddisfare bisogni sociali fortemente differenziati all’interno di un sistema globale in cui gli Stati nazionali perdono centralità, dall’altra deve operare in regime di economicità e recupero di risorse. Inoltre, la presunta razionalità burocratica ha generato non pochi effetti perversi, segnalati dal sociologo americano Robert Merton sin dagli anni Cinquanta: l’attitudine a spersonalizzare il più possibile il rapporto tra burocrati e cittadini, che stride con la crescente richiesta di care personalizzato; l’iperspecializzazione e la propensione alla dilatazione organizzativa intesa a rispondere alle nuove esigenze con norme e strutture ad hoc, ma anche ad auto conservarsi; l’incapacità di adattarsi al nuovo, basando i propri comportamenti su un ritualismo esasperato.

3.
Per superare tale situazione, a partire dalla fine degli anni Ottanta, sono state elaborate possibili traiettorie di Riforma per cercare di rendere compatibile ciò che sembrava incompatibile: ridurre i costi, da un lato, e migliorare la qualità dei servizi e l’efficienza del lavoro dei dipendenti pubblici, dall’altro. Si è cercato, in sintesi, di creare un modello organizzativo post-burocratico. Di fatto le traiettorie che hanno guidato i vari progetti di riforma, si sono mosse lungo due diverse coordinate: da una parte una proposta managerial-aziendalista, dall’altro un approccio che possiamo definire di governance.
Il primo propone di trasferire, spesso sic et simpliciter, strumenti, tecniche e linguaggi propri del mondo delle imprese nella pubblica amministrazione. Partendo dalla considerazione di una presunta superiorità del privato sul pubblico, al management vengono presentati nuovi modelli organizzativi e metodi di gestione prescrittivi come una vera e propria “ricetta pronta per l’uso” che permette, “chiavi in mano”, di rendere più efficienti i servizi pubblici e le strutture che li erogano. Il modello imprenditoriale auspica il ricorso ad agenti e fornitori esterni, l’incentivazione di rapporti concorrenziali e di modelli di gestione del personale finalizzati alla maggiore responsabilizzazione verso un utente-cittadino che si sta trasformando in “cliente”. Questo approccio, nato all’interno della business administration statunitense, anche attraverso il supporto di grandi società di consulenza, propone ai decisori pubblici e ai dirigenti soluzioni semi-standardizzate, non tenendo necessariamente conto delle peculiarità nazionali e delle singole amministrazioni. La linea riformista managerial-aziendalista , in definitiva, rischia di mettere in secondo piano o, meglio, di non valorizzare il carattere pubblico della stessa amministrazione, non riuscendo a soddisfare in tal modo il rinnovato bisogno di coesione sociale delle società contemporanee.
Il secondo approccio, quello della governance, è partito dai Paesi scandinavi, i quali hanno scelto traiettorie di riforma che valorizzassero la partecipazione dei cittadini all’erogazione dei servizi con il fine di governare la complessità sociale in un’ottica di rete, con un maggior grado di interazione non solo tra gli stakeholder politici e amministrativi ma anche quelli economici e sociali. Questa proposta guarda all’esterno dell’organizzazione, all’intera società, mettendo al centro la necessità di governare coinvolgendo i diversi stakeholder sociali. Tuttavia il cammino verso la partecipazione è caratterizzato da luci e ombre e da esperienze frammentate e con esiti incerti.
All’interno di queste diversi approcci, non privi di ambiguità e contraddizioni, le scelte fatte in Italia durante il processo di riforma degli anni Novanta (e ancora in corso) la collocano in una posizione di mezzo: da un lato si è cercato di operare in un’ottica efficientistica, mutuando sistemi di controllo e pianificazione dal privato, dall’altro si è operato in un’ottica di efficacia introducendo leggi per la trasparenza amministrativa e la partecipazione dei diversi soggetti alla vita delle amministrazioni (diritto di accesso, bilancio sociale, Conferenza dei servizi, etc.).

4.
Vari ostacoli si sono eretti davanti ai progetti di modernizzazione della PA. Il sistema politico italiano, caratterizzato per lungo tempo dall’assenza di stabilità, ha comportato una debolezza dei governi di progettare e realizzare riforme di ampio respiro. Non è un caso che in Italia il processo di modernizzazione della pubblica amministrazione è stato attivato con ritardo rispetto agli altri paesi europei, e avviato non solo dalla necessità di rispondere a vincoli comunitari, ma anche dalla vicenda di “Mani pulite” che, evidenziando la crisi di legittimità di vari attori politici, ha favorito la costituzione di governi di transizione tecnici che avevano il compito di riscrivere le regole del gioco. Accanto alle peculiarità del sistema politico, va anche ricordato che le caratteristiche del sistema di rappresentazione e di intermediazione degli interessi, non hanno favorito l’introduzione di modalità organizzative nuove. Le timide esperienze nella PA di sistemi premianti che legassero le retribuzione alle prestazioni si sono risolte, complici tutte le parti in causa, in metodi di incentivazione rigorosamente “a pioggia”, equamente distribuiti in base sulla posizione normativa e sulla mera presenza in ufficio. Ciò ha reso impossibile la nascita di figure professionali e ruoli che attraversassero il processo organizzativo e favorissero la flessibilità dell’intera organizzazione. L’ultimo ostacolo che vale la pena di prendere in considerazione è rappresento dalla radicata cultura dell’agire per «atti amministrativi», fortemente legalista e garantista che ostacola il cambiare in modo snello e veloce le regole del gioco. Il formarsi di questa cultura, per Gherardi e Mortara, deriva dal fatto che i ruoli amministrativi con profili e carriere costruite essenzialmente su competenze giuridiche continuano a prevalere rispetto alle deboli burocrazie tecniche caratterizzate da competenze professionali differenziate e più adatte, per formazione e sensibilità, a recepire i segnali di cambiamento.


5.
Le considerazioni svolte ci portano a riflettere sulla scarsa linearità della questione del cambiamento organizzativo. I dipendenti pubblici sono solo una parte del “rompicapo” rappresentato dalla modernizzazione della pubblica amministrazione, che opera, serve ricordarlo, in un campo ove il prodotto è un servizio sociale spesso di prima necessità (la salute, la sicurezza, l’istruzione) e il cliente è in realtà il cittadino con i suoi bisogni. La riflessione sul processo di riforma per avere successo deve andare al di là della facile individuazione di “capri espiatori”, siano essi individuati nei “dipendenti fannulloni”, nei manager incompetenti, nei sindacati troppo invadenti. Esistono variabili strutturali, come il gigantismo organizzativo e l’egualitarismo posizionale, che conducono alla spersonalizzazione della prestazione lavorativa, ad uno scarso coordinamento gestionale e ad una diffusa sensazione di fare parte di un meccanismo che non genera partecipazione e soddisfazione nel lavoro. In tal senso, le polemiche fannulloniste, anziché migliorare il funzionamento della burocrazia, potrebbero aggravare il distacco tra pubblica amministrazione e cittadini.
Un reale cambiamento ha luogo solamente se ci sono gli attori interessati a produrlo e a realizzarlo lungo tutto il processo della sua implementazione. Seguendo il pensiero dello psicologo sociale Kurt Lewin, potremmo dire, in una visione semplificata quanto incisiva, che per realizzarsi, il cambiamento organizzativo dovrebbe attraversare una serie di fasi:
- lo “scongelamento” delle culture dell’organizzazione, al fine di individuarne i valori portanti della Riforma e diffusi tra le persone che operano nella PA;
- la “trasformazione”, cioè il processo di ristrutturazione cognitiva, che deve avvenire perché l’organizzazione cambi. Si tratta, in pratica, di offrire a tutte le parti in causa (dipendenti, sindacato, dirigenza) ruoli, esempi di comportamenti e modelli che permettano alle persone l’attivazione di un processo di creazione di senso che conduca a un cambiamento radicale;
- il “ricongelamento”, cioè la stabilizzazione ed istituzionalizzazione di nuovi metodi di comportamento alternativi ai precedenti che costituiscono i nuovi punti di equilibrio.

Ne discende che è necessario costruire sia un progetto di riforma chiaro e organico che cerchi di individuare non solo gli obiettivi da raggiungere ma anche gli strumenti per attivare processi virtuosi. In tal senso quindi la questione non è solo dove si deve arrivare, ma anche come ci si deve arrivare, ricordandosi che non esistono necessariamente legami causali tra il progetto giuridico e i conseguenti comportamenti delle persone che nell’organizzazione operano.
Come ci ha insegnato Crozier, il grande studioso che ha riformato la pubblica amministrazione francese negli anni Sessanta, “l’uomo non e’ soltanto un braccio e non e’ soltanto un cuore. L’uomo e’ una mente, un progetto, una libertà”. Parlava, ovviamente, dei dipendenti pubblici.

venerdì, settembre 12, 2008

Questi computer…

Vi era un tempo in cui i computer si acquistavano per fare una sola cosa, ben precisa. L’IBM 360, ad esempio, immesso sul mercato nell’aprile del 1964, occupava con qualche periferica un mezzo appartamento, ed era perfetto, con i suoi 4 Kbyte di memoria di base, per gestire dati amministrativi (ad esempio stampare le buste paga di un’intera azienda), o per fare calcoli scientifici. Una volta acquistato, poteva lavorare per anni, tanto è vero che la casa produttrice lo mise fuori produzione dopo 13 anni di servizio. Io oggi ho a casa due portatili, con una Ram di almeno un milione di volte superiore al vecchio 360, peso e ingombri decisamente inferiori, e con tante di quelle applicazioni che posso farci di tutto, almeno in teoria. I due portatili, acquistati di recente, sono alimentati da sistemi operativi completamente diversi: l’uno ha l’ultima versione di un programma che si chiama (traduzione italiana) “Finestre” ed è prodotto da una gigantesca azienda il cui fondatore si chiama, sempre all’italiana, “Cancelli”. L’altro invece viene da una azienda che ha come logo una mela rosicchiata, e si chiama semplicemente “X” (che starebbe per 10, ma nel frattempo è arrivato alla versione 5). Bene, far funzionare questi due portatili è diventato il mio principale lavoro. Ci passo sopra almeno un paio di giorni a settimana, ritardando la consegna di libri, articoli e la lettura delle tesi dei miei studenti. Ma io sono tosto di carattere, non posso accettare che i miei PC mi sbeffeggino. Se decido di usarne uno come lettore di DVD durante il viaggio tra Roma e Milano, scopro che i film vanno a scatti, e devo perdere ore per aggiornare tutti i programmi coinvolti (forse conveniva comprarsi un lettore portatile). Se voglio utilizzare l’altro per scambiare i dati con il mio palmare, scopro che essendo quest’ultimo troppo nuovo, non viene riconosciuto e quindi non funziona. La prossima volta mi premurerò di comprarlo usato di due anni… Naturalmente anche in tal caso esisterebbe la possibilità di aggiornare tutto. Ma forse intanto conviene tirare fuori dall’armadio il vecchio PC, che oggi mi sembra funzionare tanto bene… In definitiva una cosa la ho capita: le nuove tecnologie è preferibile acquistarle quando sono diventate un po’ vecchiotte. Come gli umani, i chip con l’età diventano meno stupefacenti, ma molto più rispettosi.