Fatti dalla flessibilità del lavoro 3: la flessibilita’ nel mondo della ricerca
Patrizio Di Nicola.
L'università italiana allo stato attuale occupa oltre 65000 lavoratori precari che svolgono attività didattica e di ricerca (nello specifico si tratta di più di 17000 tra titolari di borse post-dottorato, titolari di assegni di ricerca, e varie forme di contratti di prestazione autonoma parasubordinata, e di più di 48000 tra professori a contratto titolari di insegnamenti e/o di attività didattiche integrative).
65000 precari di cui 17000 assegnisti e cococo + 48 000 docenti a contratto
A fronte di questo numero esorbitante di precari, che di fatto contribuiscono in maniera incisiva a sostenere e mandare avanti il sistema universitario, i lavoratori stabili, cioè strutturati e a tempo indeterminato, sono poco più di 60000 (tra ricercatori, professori associati, e professori ordinari). A tale proposito è opportuno ricordare che la distribuzione di questi strutturati non è piramidale, con una ampia base di ricercatori, un livello intermedio di professori associati, e un numero più limitato di professori ordinari al vertice. La struttura italiana è sostanzialmente "cilindrica", con 22010 ricercatori, 18966 associati, e 19275 ordinari (più degli associati).
60 000 docenti e ricercatori stabili, di cui 22 000 ricercatori, 19 000 associati, 19 000 ordinari
sabato, marzo 15, 2008
Fatti dalla flessibilità del lavoro 2: Tipi flessibili
Patrizio Di Nicola.
Gli oltre 1,5 milioni di parasubordinati esistenti 2006 sono riconducibili, fondamentalmente, a cinque gruppi, con caratteristiche peculiari che li differenziano nettamente tra loro. In particolare due gruppi possono essere inclusi nella sfera dei lavoratori deboli, che patiscono la cattiva flessibilità del lavoro e il precariato, due in quello dei lavoratori forti, che invece si muovono agevolmente in questo speciale mercato del lavoro. Il rimanente gruppo si colloca in una posizione intermedia tra le due polarità.
In sintesi, i gruppi che emergono dalla cluster analysis sono i seguenti:
Cluster I : I giovani precari
Il primo e più grande cluster, che ammonta al 39,2% dei parasubordinati, è costituito in larga parte da lavoratori con un’unica fonte di reddito (esclusivi per il 77%) e quasi interamente monocommittenti (nel 94% dei casi). Il gruppo è caratterizzato da un’elevatissima presenza di atipici: i collaboratori a progetto sono il 75% del totale (mentre nell’intero universo costituiscono il 52%), con livelli di imponibile inferiori a 5 mila euro annui nel 99% dei casi. L’indice di retribuzione mensile - di circa 500 euro - e i mesi contrattualizzati, inferiori a 6 per oltre il 60% di essi, delineano un profilo di lavoratori deboli con contratti brevi e saltuari. Si tratta di soggetti di giovane età, inferiore a 30 anni (41%), prevalentemente donne (53%). Le ripartizioni geografiche prevalenti risultano il Centro e il Mezzogiorno; i settori di attività caratterizzanti sono quelli dei servizi, dell’istruzione, della sanità
Cluster II : I precari stabili
Anche il secondo cluster, che rappresenta il 21% dei parasubordinati, è costituito in larga parte da lavoratori esclusivi (75% dei casi) e con un solo committente ma tra di essi si colloca anche una percentuale superiore che nella popolazione totale, di pluricommittenti (13,3% vs l’10,7%). Si tratta in larga percentuale di Co.co.pro e assimilati (68,2%) con redditi superiori a quelli del gruppo precedente e compresi tra 5 e 20 mila euro nel 92,3% dei casi. L’indice di retribuzione mensile si colloca tra i 500 e i 1000 euro e si accompagna a contratti più duraturi:da 6 mesi a 1 anno con una prevalenza di questi ultimi (63,2%). Il profilo sembrerebbe quello di lavoratori che seppur deboli hanno comunque contratti più durevoli e dunque con una maggiore copertura temporale nell’occupazione. Si tratta di “giovani adulti” di età inferiore a 40 anni, prevalentemente maschi (51%). La ripartizione geografica in cui lavorano è prevalente è il Centro (32%); i settori di attività caratterizzanti sono quelli dei servizi, dell’informatica e della sanità.
Cluster III: I giovani adulti qualificati tra precariato e flessibilità
Il terzo cluster raggruppa il 16,3% dell’universo e si caratterizza per la presenza di lavoratori atipici (67,9%) ed in particolare di dottorandi e borsisti di ricerca (13% vs 3%), ma anche di Co.co.co della PA, di collaboratori di giornali e di associati in partecipazione. Si tratta di lavoratori molto spesso esclusivi (74,0%), giovani adulti di età compresa tra i 31 e i 40 anni nel 35% dei casi, che svolgono attività commissionate da più datori di lavoro nel 12% dei casi. E’ realistico pensare che tra di essi vi siano in misura maggiore soggetti ad alta qualificazione, sottoposti ai lunghi percorsi di professionalizzazione che allungano i tempi di attesa di un lavoro stabile. L’imponibile, compreso tra i 10 e i 30 mila euro, si coniuga a rapporti di lavoro che coprono l’intero anno nell’85,4% dei casi. Coerentemente l’indice di retribuzione mensile va dai 1000 ai 2000 euro. I settori di attività sono diversificati: il commercio, l’istruzione, la PA, l’informatica, la ricerca. Le ripartizioni geografiche caratterizzanti risultano il Centro (30%) e il Nord-est (23%).
Cluster IV: I flessibili forti
Raggruppa il 16,3% dei parasubordinati ed è costituito per il 67% da Amministratori, sindaci e revisoti di aziende e enti, dunque da lavoratori tipici, di età molto diversificata (da 30 a oltre 65 anni), in prevalenza uomini (76,8% vs 57,3%). Il rapporto con più committenti risulta essere una modalità caratterizzante (12,4%), mentre l’attività svolta come parasubordinati è concorrente con altri redditi nel 42,7% dei casi (vs 28,6% della media). I livelli di imponibile che caratterizzano il gruppo sono medio alti (da 30 a 50 mila euro nel 92,8% del gruppo), tanto che l‘indice di retribuzione mensile supera i 2000 euro e, per il 32,5% di essi , i 3000 euro. Anche la durata contrattuale prefigura un’attività continuativa nel corso dell’anno (12 mesi nell’85% dei casi).
Il settore di attività prevalente, a differenza di quelli dei gruppi precedenti, è il secondario (l’industria nel 30,7% dei casi), anche se una quota considerevole lavora nel commercio (21,9%). La vocazione industrialista di questo gruppo è confermato anche dalla localizzazione geografica: il Nord (ovest ed est) è la ripartizione in cui si localizzano nel 67% dei casi.
Cluster V: I manager flessibili del Nord
E’ il gruppo più piccolo, con solo il 7,2% dei parasubordinati ed è costituito quasi interamente (84,8%) da Amministratori di società di età superiore a 50 anni. Svolgono altre attività lavorative o sono pensionati nel 39,7% dei casi e hanno più di un committente nel 22,6%. Sono caratterizzati da alti livelli di imponibile, che arriva a superare la soglia dei 50 mila euro, e da alti indici di retribuzione mensile che si attesta oltre i 3000 euro per la totalità degli individui del gruppo (99,7%). Anche in questa coorte il settore di attività prevalente è l’industria (41,9%) e il commercio (21,3%) e le ripartizioni geografiche caratterizzanti sono quelle del Nord (75,1%).
Patrizio Di Nicola.
Gli oltre 1,5 milioni di parasubordinati esistenti 2006 sono riconducibili, fondamentalmente, a cinque gruppi, con caratteristiche peculiari che li differenziano nettamente tra loro. In particolare due gruppi possono essere inclusi nella sfera dei lavoratori deboli, che patiscono la cattiva flessibilità del lavoro e il precariato, due in quello dei lavoratori forti, che invece si muovono agevolmente in questo speciale mercato del lavoro. Il rimanente gruppo si colloca in una posizione intermedia tra le due polarità.
In sintesi, i gruppi che emergono dalla cluster analysis sono i seguenti:
Cluster I : I giovani precari
Il primo e più grande cluster, che ammonta al 39,2% dei parasubordinati, è costituito in larga parte da lavoratori con un’unica fonte di reddito (esclusivi per il 77%) e quasi interamente monocommittenti (nel 94% dei casi). Il gruppo è caratterizzato da un’elevatissima presenza di atipici: i collaboratori a progetto sono il 75% del totale (mentre nell’intero universo costituiscono il 52%), con livelli di imponibile inferiori a 5 mila euro annui nel 99% dei casi. L’indice di retribuzione mensile - di circa 500 euro - e i mesi contrattualizzati, inferiori a 6 per oltre il 60% di essi, delineano un profilo di lavoratori deboli con contratti brevi e saltuari. Si tratta di soggetti di giovane età, inferiore a 30 anni (41%), prevalentemente donne (53%). Le ripartizioni geografiche prevalenti risultano il Centro e il Mezzogiorno; i settori di attività caratterizzanti sono quelli dei servizi, dell’istruzione, della sanità
Cluster II : I precari stabili
Anche il secondo cluster, che rappresenta il 21% dei parasubordinati, è costituito in larga parte da lavoratori esclusivi (75% dei casi) e con un solo committente ma tra di essi si colloca anche una percentuale superiore che nella popolazione totale, di pluricommittenti (13,3% vs l’10,7%). Si tratta in larga percentuale di Co.co.pro e assimilati (68,2%) con redditi superiori a quelli del gruppo precedente e compresi tra 5 e 20 mila euro nel 92,3% dei casi. L’indice di retribuzione mensile si colloca tra i 500 e i 1000 euro e si accompagna a contratti più duraturi:da 6 mesi a 1 anno con una prevalenza di questi ultimi (63,2%). Il profilo sembrerebbe quello di lavoratori che seppur deboli hanno comunque contratti più durevoli e dunque con una maggiore copertura temporale nell’occupazione. Si tratta di “giovani adulti” di età inferiore a 40 anni, prevalentemente maschi (51%). La ripartizione geografica in cui lavorano è prevalente è il Centro (32%); i settori di attività caratterizzanti sono quelli dei servizi, dell’informatica e della sanità.
Cluster III: I giovani adulti qualificati tra precariato e flessibilità
Il terzo cluster raggruppa il 16,3% dell’universo e si caratterizza per la presenza di lavoratori atipici (67,9%) ed in particolare di dottorandi e borsisti di ricerca (13% vs 3%), ma anche di Co.co.co della PA, di collaboratori di giornali e di associati in partecipazione. Si tratta di lavoratori molto spesso esclusivi (74,0%), giovani adulti di età compresa tra i 31 e i 40 anni nel 35% dei casi, che svolgono attività commissionate da più datori di lavoro nel 12% dei casi. E’ realistico pensare che tra di essi vi siano in misura maggiore soggetti ad alta qualificazione, sottoposti ai lunghi percorsi di professionalizzazione che allungano i tempi di attesa di un lavoro stabile. L’imponibile, compreso tra i 10 e i 30 mila euro, si coniuga a rapporti di lavoro che coprono l’intero anno nell’85,4% dei casi. Coerentemente l’indice di retribuzione mensile va dai 1000 ai 2000 euro. I settori di attività sono diversificati: il commercio, l’istruzione, la PA, l’informatica, la ricerca. Le ripartizioni geografiche caratterizzanti risultano il Centro (30%) e il Nord-est (23%).
Cluster IV: I flessibili forti
Raggruppa il 16,3% dei parasubordinati ed è costituito per il 67% da Amministratori, sindaci e revisoti di aziende e enti, dunque da lavoratori tipici, di età molto diversificata (da 30 a oltre 65 anni), in prevalenza uomini (76,8% vs 57,3%). Il rapporto con più committenti risulta essere una modalità caratterizzante (12,4%), mentre l’attività svolta come parasubordinati è concorrente con altri redditi nel 42,7% dei casi (vs 28,6% della media). I livelli di imponibile che caratterizzano il gruppo sono medio alti (da 30 a 50 mila euro nel 92,8% del gruppo), tanto che l‘indice di retribuzione mensile supera i 2000 euro e, per il 32,5% di essi , i 3000 euro. Anche la durata contrattuale prefigura un’attività continuativa nel corso dell’anno (12 mesi nell’85% dei casi).
Il settore di attività prevalente, a differenza di quelli dei gruppi precedenti, è il secondario (l’industria nel 30,7% dei casi), anche se una quota considerevole lavora nel commercio (21,9%). La vocazione industrialista di questo gruppo è confermato anche dalla localizzazione geografica: il Nord (ovest ed est) è la ripartizione in cui si localizzano nel 67% dei casi.
Cluster V: I manager flessibili del Nord
E’ il gruppo più piccolo, con solo il 7,2% dei parasubordinati ed è costituito quasi interamente (84,8%) da Amministratori di società di età superiore a 50 anni. Svolgono altre attività lavorative o sono pensionati nel 39,7% dei casi e hanno più di un committente nel 22,6%. Sono caratterizzati da alti livelli di imponibile, che arriva a superare la soglia dei 50 mila euro, e da alti indici di retribuzione mensile che si attesta oltre i 3000 euro per la totalità degli individui del gruppo (99,7%). Anche in questa coorte il settore di attività prevalente è l’industria (41,9%) e il commercio (21,3%) e le ripartizioni geografiche caratterizzanti sono quelle del Nord (75,1%).
Fatti dalla flessibilità del lavoro 1: Focus sui lavoratori parasubordinati
Patrizio Di Nicola.
Dati salienti
I collaboratori attivi INPS nel 2005 erano 1.475.111. Di questi hanno un contratto di collaborazione anche nel 2006 ben 1.050.126 (71,2%). 992.413 (94,5%) hanno un contratto con lo stesso committente, nel 38,4% dei casi con un reddito inferiore all’anno precedente.
In sintesi, i PRECARI sono 858.388 (tutti i lavoratori atipici con un solo committente senza redditi aggiuntivi)
I parasubordinati non sono necessariamente giovani:
Gli iscritti attivi alla Gestione Separata nel 2006 sono 1.528.865, ossia 53.754 soggetti in più del 2005, l’età media è di 40 anni nel 2006 (vs 41 nel 2005), con le donne mediamente di 7 anni più giovani:
La mappa del lavoro parasubordinato
I parasubordinati costituiscono un universo eterogeneo, costituito principalmente da due grandi gruppi professionali che si differenziano sostanzialmente per la condizione reddituale e per la tipologia di lavori svolti. Da una parte abbiamo gli amministratori, i sindaci di società e i partecipanti a commissioni che costituiscono un terzo circa della Gestione Separata (496.324 persone, pari al 32,5%), mentre dall’altra parte abbiamo la galassia dei collaboratori a vario titolo, più gli associati in partecipazione. Questi costituiscono i restanti due terzi della Gestione Separata, in tutto poco più di un milione di persone (1.032.541 per la precisione). Entrambi questi gruppi (il primo più spesso del secondo), integrano a volte i redditi da pensione o da lavoro dipendente tramite lo svolgimento di attività parasubordinate e simili.
Gli “esclusivi” e i “concorrenti”
La distinzione tra concorrenti ed esclusivi si riferisce all’esistenza o meno di un altro reddito oltre quello ottenuto come parasubordinato. È evidente che avere due fonti retributive rappresenta una maggiore sicurezza per i lavoratori; viceversa, ricadere tra gli “esclusivi”, specialmente se i livelli di reddito sono bassi, espone al rischio di precarietà se non di vera e propria povertà.
Esistono significative differenze fra i sessi da questo punto di vista: le donne infatti hanno per l’84,4% dei casi un’unica fonte di reddito, mentre fra gli uomini questa percentuale si ferma a 20 punti in meno (61,7%). Le donne, quindi, appaiono come il gruppo in cui è più consistente il rischio di disporre di un’unica entrata da lavoro parasubordinato. Questo rischio è tanto più concreto se si pensa che, mentre il reddito imponibile medio dichiarato dei lavoratori maschi esclusivi è pari a 18.344 euro/anno, quello delle donne non arriva a 8.700 euro.
Quanto guadagnano
I collaboratori coordinati e continuativi o a progetto, hanno un imponibile medio pari a 8.400 euro circa (rispetto al 2005 l’aumento per questi lavoratori è stato di meno di 6 euro annuali!), mentre 365 mila donne hanno un reddito esclusivo medio di appena 6.173 euro annuali.
Le differenze tra redditi dei maschi e delle femmine si giustificherebbe solo se la quasi totalità delle donne lavorasse part-time al 50% rispetto ai maschi e se questi lavorassero tutti full-time. Ipotesi che pare davvero poco realistica; più verosimilmente esiste una disparità salariale, a parità di tempo lavorato, stimabile in circa il 25-30% fra uomini e donne .
I titolari di Partita IVA
I professionisti che hanno effettuato almeno un versamento all’INPS erano, nel 2005, 222.610 contro 1.475.111 parasubordinati (suddivisi a loro volta in 510.675 tipici e 964.436 atipici). Tra i titolari di Partita IVA le donne sono una minoranza rispetto agli uomini (36% vs 64%,).
I titolari di IVA debbono essere considerati più vicini al gruppo dei lavoratori parasubordinati tipici che non agli atipici. La metà circa effettua dei versamenti che non superano i 2.500 euro annui (57,97% per le Partite IVA, 50,03% per i tipici), poco più del 20% versa contributi compresi tra 2.500 e 5.000 euro (23,75% Partite IVA, 22,2% tipici).
Le aziende che fanno ricorso al lavoro parasubordinato in Italia sono oltre 450 mila. Il 49% di esse ha stipulato, nel 2006, un solo contratto. Esistono per contro 125 aziende che hanno tra 500 e 2000 collaboratori, (116 790 persone, il 6,7% del totale) e 23 che hanno oltre 2000 contratti ciascuna, per un totale di quasi 80 mila persone, il 5% del totale dei parasubordinati.
Patrizio Di Nicola.
Dati salienti
I collaboratori attivi INPS nel 2005 erano 1.475.111. Di questi hanno un contratto di collaborazione anche nel 2006 ben 1.050.126 (71,2%). 992.413 (94,5%) hanno un contratto con lo stesso committente, nel 38,4% dei casi con un reddito inferiore all’anno precedente.
In sintesi, i PRECARI sono 858.388 (tutti i lavoratori atipici con un solo committente senza redditi aggiuntivi)
I parasubordinati non sono necessariamente giovani:
Gli iscritti attivi alla Gestione Separata nel 2006 sono 1.528.865, ossia 53.754 soggetti in più del 2005, l’età media è di 40 anni nel 2006 (vs 41 nel 2005), con le donne mediamente di 7 anni più giovani:
La mappa del lavoro parasubordinato
I parasubordinati costituiscono un universo eterogeneo, costituito principalmente da due grandi gruppi professionali che si differenziano sostanzialmente per la condizione reddituale e per la tipologia di lavori svolti. Da una parte abbiamo gli amministratori, i sindaci di società e i partecipanti a commissioni che costituiscono un terzo circa della Gestione Separata (496.324 persone, pari al 32,5%), mentre dall’altra parte abbiamo la galassia dei collaboratori a vario titolo, più gli associati in partecipazione. Questi costituiscono i restanti due terzi della Gestione Separata, in tutto poco più di un milione di persone (1.032.541 per la precisione). Entrambi questi gruppi (il primo più spesso del secondo), integrano a volte i redditi da pensione o da lavoro dipendente tramite lo svolgimento di attività parasubordinate e simili.
Gli “esclusivi” e i “concorrenti”
La distinzione tra concorrenti ed esclusivi si riferisce all’esistenza o meno di un altro reddito oltre quello ottenuto come parasubordinato. È evidente che avere due fonti retributive rappresenta una maggiore sicurezza per i lavoratori; viceversa, ricadere tra gli “esclusivi”, specialmente se i livelli di reddito sono bassi, espone al rischio di precarietà se non di vera e propria povertà.
Esistono significative differenze fra i sessi da questo punto di vista: le donne infatti hanno per l’84,4% dei casi un’unica fonte di reddito, mentre fra gli uomini questa percentuale si ferma a 20 punti in meno (61,7%). Le donne, quindi, appaiono come il gruppo in cui è più consistente il rischio di disporre di un’unica entrata da lavoro parasubordinato. Questo rischio è tanto più concreto se si pensa che, mentre il reddito imponibile medio dichiarato dei lavoratori maschi esclusivi è pari a 18.344 euro/anno, quello delle donne non arriva a 8.700 euro.
Quanto guadagnano
I collaboratori coordinati e continuativi o a progetto, hanno un imponibile medio pari a 8.400 euro circa (rispetto al 2005 l’aumento per questi lavoratori è stato di meno di 6 euro annuali!), mentre 365 mila donne hanno un reddito esclusivo medio di appena 6.173 euro annuali.
Le differenze tra redditi dei maschi e delle femmine si giustificherebbe solo se la quasi totalità delle donne lavorasse part-time al 50% rispetto ai maschi e se questi lavorassero tutti full-time. Ipotesi che pare davvero poco realistica; più verosimilmente esiste una disparità salariale, a parità di tempo lavorato, stimabile in circa il 25-30% fra uomini e donne .
I titolari di Partita IVA
I professionisti che hanno effettuato almeno un versamento all’INPS erano, nel 2005, 222.610 contro 1.475.111 parasubordinati (suddivisi a loro volta in 510.675 tipici e 964.436 atipici). Tra i titolari di Partita IVA le donne sono una minoranza rispetto agli uomini (36% vs 64%,).
I titolari di IVA debbono essere considerati più vicini al gruppo dei lavoratori parasubordinati tipici che non agli atipici. La metà circa effettua dei versamenti che non superano i 2.500 euro annui (57,97% per le Partite IVA, 50,03% per i tipici), poco più del 20% versa contributi compresi tra 2.500 e 5.000 euro (23,75% Partite IVA, 22,2% tipici).
Le aziende che fanno ricorso al lavoro parasubordinato in Italia sono oltre 450 mila. Il 49% di esse ha stipulato, nel 2006, un solo contratto. Esistono per contro 125 aziende che hanno tra 500 e 2000 collaboratori, (116 790 persone, il 6,7% del totale) e 23 che hanno oltre 2000 contratti ciascuna, per un totale di quasi 80 mila persone, il 5% del totale dei parasubordinati.
Censura pre-olimpica
Di Patrizio Di Nicola
Della censura di Internet in Cina ci eravamo già occupati da queste colonne in occasione della condanna a 10 anni del giornalista Shi Tao, che aveva criticato in una email una circolare governativa, ed era stato “beccato” grazie all’aiuto Yahoo. Ora, con l’approssimarsi delle Olimpiadi, gli utenti cinesi di internet vengono messi ancora di piu’ sotto torchio: dopo la chiusura di molti Internet Cafè, in cui peraltro gli utenti sono video controllati, la censura si è estesa ai blog, che vengono visti come una fonte non autorizzata di notizie e, quindi, di possibili critiche verso il regime. Gli infaticabili firewall di stato, che attuano una rigida censura preventiva, impediscono il passaggio di ogni notizia o sito che afferisca ad una qualsiasi delle oltre 30 mila parole chiave vietate. Tra le quali troviamo, oltre alla immancabile “piazza Tienanmen”, anche parole per noi innocue: “diritti civili”, “democrazia”, “sesso”, “religione”. Stretta la cinta in patria, le autorità cinesi hanno però dovuto allentarla per chi arriva da fuori per i giochi olimpici. Ai giornalisti, ma solo se stranieri, è garantita la possibilità di intervistare chiunque senza autorizzazioni preventive del governo, come anche di spostarsi liberamente neul territorio. Agli atleti è concesso di tenere dei propri blog, a patto che questi siano privati, senza sponsor, esclusivamente testuali e si riferiscano a vicende sportive individuali. Ma gli oppositori del regime hanno da tempo iniziato a diffondere le proprie posizioni tramite podcast, cioè con file audio in MP3 che sono molto meno facili da oscurare e arrivano, grazie alle reti peer-to-peer e ai diffusissimi lettori e telefoni cellulari (in Cina ne esistono oltre 400 milioni) anche nelle aree rurali ove il tasso di analfabetismo della popolazione e’ alto. Insomma, ad agosto 2008, nonostante le attenzioni della gerarchia, molti cittadini cinesi scopriranno cose inedite.
Di Patrizio Di Nicola
Della censura di Internet in Cina ci eravamo già occupati da queste colonne in occasione della condanna a 10 anni del giornalista Shi Tao, che aveva criticato in una email una circolare governativa, ed era stato “beccato” grazie all’aiuto Yahoo. Ora, con l’approssimarsi delle Olimpiadi, gli utenti cinesi di internet vengono messi ancora di piu’ sotto torchio: dopo la chiusura di molti Internet Cafè, in cui peraltro gli utenti sono video controllati, la censura si è estesa ai blog, che vengono visti come una fonte non autorizzata di notizie e, quindi, di possibili critiche verso il regime. Gli infaticabili firewall di stato, che attuano una rigida censura preventiva, impediscono il passaggio di ogni notizia o sito che afferisca ad una qualsiasi delle oltre 30 mila parole chiave vietate. Tra le quali troviamo, oltre alla immancabile “piazza Tienanmen”, anche parole per noi innocue: “diritti civili”, “democrazia”, “sesso”, “religione”. Stretta la cinta in patria, le autorità cinesi hanno però dovuto allentarla per chi arriva da fuori per i giochi olimpici. Ai giornalisti, ma solo se stranieri, è garantita la possibilità di intervistare chiunque senza autorizzazioni preventive del governo, come anche di spostarsi liberamente neul territorio. Agli atleti è concesso di tenere dei propri blog, a patto che questi siano privati, senza sponsor, esclusivamente testuali e si riferiscano a vicende sportive individuali. Ma gli oppositori del regime hanno da tempo iniziato a diffondere le proprie posizioni tramite podcast, cioè con file audio in MP3 che sono molto meno facili da oscurare e arrivano, grazie alle reti peer-to-peer e ai diffusissimi lettori e telefoni cellulari (in Cina ne esistono oltre 400 milioni) anche nelle aree rurali ove il tasso di analfabetismo della popolazione e’ alto. Insomma, ad agosto 2008, nonostante le attenzioni della gerarchia, molti cittadini cinesi scopriranno cose inedite.
domenica, febbraio 03, 2008
Il mondo digitale nei decreti di fine anno
Di Patrizio Di Nicola per Rassegna Mese
Sono molte le novità che le due più importanti leggi di fine anno portano nel modo di vita digitale. La 247/2007, che ha convertito ufficialmente il Protocollo sul Welfare, rilancia il telelavoro: il comma 37, dedicato al lavoro delle persone con disabilità, prevede che le aziende possano ottenere un rimborso per introdurre il telelavoro. Il comma 81, invece, rafforza l’articolo 9 della legge 53/2000 al fine di potenziare il lavoro a distanza. Non si tratta certo di una novità, in quanto la legge già prevedeva l’uso del telelavoro per aumentare la flessibilità del lavoro e permettere alle donne una migliore conciliazione tra lavoro e famiglia. Ma, come noto, le imprese paiono odiare quelle forme di flessibilità che piacciono ai lavoratori (come appunto il telelavoro), mentre sono diventate espertissime di contratti precari, stage e retribuzioni ridotte (che invece sono amate solo dagli imprenditori).
Ancora più nutrito il “sale” digitale che troviamo nella finanziaria 2008: si va dall’abolizione delle letterine di carta tra le pubbliche amministrazioni (che finalmente, per informarsi, useranno le più economiche email) sino alla migrazione dei sistemi telefonici verso la telefonia VOIP (tipo Skype, per intenderci): Beppe Grillo ne sarà certamente contento, ma chi dovrà assicurare la riservatezza delle comunicazioni molto meno. Un incentivo all’uso della telematica verrà sicuramente dalla riduzione del bollo su domande, denunce e atti presentate da imprese individuali per via telematica all'ufficio del registro (ma perché non da qualsiasi tipo di impresa?). L’art. 1, comma 131, stabilisce che a partire dal 2009 le certificazioni fiscali rilasciate dalle amministrazioni dello Stato ai propri dipendenti, saranno inviate esclusivamente per via telematica all'indirizzo di posta elettronica assegnato a ciascun dipendente. Il che, ovviamente, implica che ogni dipendente abbia un suo indirizzo email, e che soprattutto poi non stampi la certificazione ricevuta tramite le costose stampanti dell’ufficio: altrimenti era preferibile lasciare tutto come prima. Per finire una cattiva notizia: è stato rinviata al 31 dicembre 2008 l'accesso ai servizi erogati in rete dalle pubbliche amministrazioni tramite carta d'identità elettronica. Era scontato, ovviamente: chi di noi ha la carta digitale?
Di Patrizio Di Nicola per Rassegna Mese
Sono molte le novità che le due più importanti leggi di fine anno portano nel modo di vita digitale. La 247/2007, che ha convertito ufficialmente il Protocollo sul Welfare, rilancia il telelavoro: il comma 37, dedicato al lavoro delle persone con disabilità, prevede che le aziende possano ottenere un rimborso per introdurre il telelavoro. Il comma 81, invece, rafforza l’articolo 9 della legge 53/2000 al fine di potenziare il lavoro a distanza. Non si tratta certo di una novità, in quanto la legge già prevedeva l’uso del telelavoro per aumentare la flessibilità del lavoro e permettere alle donne una migliore conciliazione tra lavoro e famiglia. Ma, come noto, le imprese paiono odiare quelle forme di flessibilità che piacciono ai lavoratori (come appunto il telelavoro), mentre sono diventate espertissime di contratti precari, stage e retribuzioni ridotte (che invece sono amate solo dagli imprenditori).
Ancora più nutrito il “sale” digitale che troviamo nella finanziaria 2008: si va dall’abolizione delle letterine di carta tra le pubbliche amministrazioni (che finalmente, per informarsi, useranno le più economiche email) sino alla migrazione dei sistemi telefonici verso la telefonia VOIP (tipo Skype, per intenderci): Beppe Grillo ne sarà certamente contento, ma chi dovrà assicurare la riservatezza delle comunicazioni molto meno. Un incentivo all’uso della telematica verrà sicuramente dalla riduzione del bollo su domande, denunce e atti presentate da imprese individuali per via telematica all'ufficio del registro (ma perché non da qualsiasi tipo di impresa?). L’art. 1, comma 131, stabilisce che a partire dal 2009 le certificazioni fiscali rilasciate dalle amministrazioni dello Stato ai propri dipendenti, saranno inviate esclusivamente per via telematica all'indirizzo di posta elettronica assegnato a ciascun dipendente. Il che, ovviamente, implica che ogni dipendente abbia un suo indirizzo email, e che soprattutto poi non stampi la certificazione ricevuta tramite le costose stampanti dell’ufficio: altrimenti era preferibile lasciare tutto come prima. Per finire una cattiva notizia: è stato rinviata al 31 dicembre 2008 l'accesso ai servizi erogati in rete dalle pubbliche amministrazioni tramite carta d'identità elettronica. Era scontato, ovviamente: chi di noi ha la carta digitale?
La rivoluzione Open Source
Di Patrizio Di Nicola per Rassegna Mese
Come noto il mondo del software oscilla tra il rigido controllo dei copyright e delle licenze d’uso e la libera distribuzione dei codici sorgenti dei programmi. Alfiere della prima posizione è, non a caso, la Microsoft, società che detiene, grazie anche a pratiche commerciali messe in discussione da più parti, il monopolio di fatto sui sistemi operativi per PC. Sull’altro versante si situa il cosiddetto “movimento Open Source”: un enorme numero di programmatori che hanno realizzato un network mondiale per la produzione di software libero: spesso gratuito, ma soprattutto liberamente distribuibile ed utilizzabile. Prodotti di vertice di questa famiglia sono il sistema operativo Linux e la suite di videoscrittura Open Office. Molte nazioni del terzo e quarto mondo hanno deciso di adottare i software liberi da copyright per il loro ridotto costo di gestione, nonché per le poche pretese in termini di hardware: in pratica questi programmi funzionano bene anche su computer di vecchia generazione. La stessa cosa non si può dire dei sistemi operativi della Microsoft, come sa chi ha provato ad installare Vista. Arriva ora la notizia che la British educational IT agency (Becta), ente governativo che ha la missione di rendere disponibile alle scuole le migliori tecnologie informatiche, ha invitato gli istituti scolastici a non siglare contratti di licenza con la Microsoft. La compagnia, accusa Becta, chiede alle scuole una licenza per ogni Pc, a prescindere dall'installazione del proprio software: una forma di tassa sull’acquisto dei computer, insomma. Ma soprattutto, afferma l’agenzia del governo inglese, i sistemi operativi della casa di Redmond creano problemi di interoperabilità per le scuole, gli alunni e le famiglie che desiderano utilizzare alternative a Microsoft Office. L'agenzia ha anche invitato le scuole ad aumentare l’impiego del software open source, stimando che in questo modo si possa risparmiare fino al 50% nella scuola primaria e attorno al 20% nella secondaria. A pensarla così non sono ovviamente solo gli inglesi: in Turchia l'uso del software open source è diventato parte del curriculum scolastico, mentre in Croazia tutti gli insegnanti e gli impiegati statali riceveranno i manuali, anch’essi gratuiti, per imparare ad utilizzare Open Office. E’ la rivoluzione dell’Open Source: vi è chi rifiuta di pagare quello che si può avere liberamente.
Di Patrizio Di Nicola per Rassegna Mese
Come noto il mondo del software oscilla tra il rigido controllo dei copyright e delle licenze d’uso e la libera distribuzione dei codici sorgenti dei programmi. Alfiere della prima posizione è, non a caso, la Microsoft, società che detiene, grazie anche a pratiche commerciali messe in discussione da più parti, il monopolio di fatto sui sistemi operativi per PC. Sull’altro versante si situa il cosiddetto “movimento Open Source”: un enorme numero di programmatori che hanno realizzato un network mondiale per la produzione di software libero: spesso gratuito, ma soprattutto liberamente distribuibile ed utilizzabile. Prodotti di vertice di questa famiglia sono il sistema operativo Linux e la suite di videoscrittura Open Office. Molte nazioni del terzo e quarto mondo hanno deciso di adottare i software liberi da copyright per il loro ridotto costo di gestione, nonché per le poche pretese in termini di hardware: in pratica questi programmi funzionano bene anche su computer di vecchia generazione. La stessa cosa non si può dire dei sistemi operativi della Microsoft, come sa chi ha provato ad installare Vista. Arriva ora la notizia che la British educational IT agency (Becta), ente governativo che ha la missione di rendere disponibile alle scuole le migliori tecnologie informatiche, ha invitato gli istituti scolastici a non siglare contratti di licenza con la Microsoft. La compagnia, accusa Becta, chiede alle scuole una licenza per ogni Pc, a prescindere dall'installazione del proprio software: una forma di tassa sull’acquisto dei computer, insomma. Ma soprattutto, afferma l’agenzia del governo inglese, i sistemi operativi della casa di Redmond creano problemi di interoperabilità per le scuole, gli alunni e le famiglie che desiderano utilizzare alternative a Microsoft Office. L'agenzia ha anche invitato le scuole ad aumentare l’impiego del software open source, stimando che in questo modo si possa risparmiare fino al 50% nella scuola primaria e attorno al 20% nella secondaria. A pensarla così non sono ovviamente solo gli inglesi: in Turchia l'uso del software open source è diventato parte del curriculum scolastico, mentre in Croazia tutti gli insegnanti e gli impiegati statali riceveranno i manuali, anch’essi gratuiti, per imparare ad utilizzare Open Office. E’ la rivoluzione dell’Open Source: vi è chi rifiuta di pagare quello che si può avere liberamente.
domenica, novembre 18, 2007
La vita digitale e’ difficile da ricordare…
Di Patrizio Di Nicola
Un tempo, quando ero bambino, a me e ai miei genitori era chiesto di ricordare pochi codici numerici: il telefono della nonna, dei parenti più stretti, di qualche amico della domenica, la panetteria sotto casa. Se la memoria non bastava (ma era raro che ciò accadesse) i pochi numeri venivano diligentemente appuntati su di una rubrica, scritta a mano, con la calligrafia migliore possibile. Oggi la situazione è molto diversa, e la nostra vita digitale è molto più difficile da ricordare. Iniziamo con il bancomat, dotato di un breve numero (il PIN) da mandare a memoria (ma da non scrivere assolutamente in nessun posto). Facile, sono solo 5 numeri. Solo che di bancomat e carte di credito magari ne abbiamo due o tre, se abbiamo una attività professionale anche di più. La vita si fa difficile, e il cervello richiede allenamento. Se vogliamo usare i servizi online della banca, ovviamente avremo un’altra password da ricordare, magari anche due: una per entrare nel sistema, l’altra per eseguire le operazioni finanziarie (ma perché mai? Cosa dovremmo fare nel sito della banca se non operazioni?). Se poi vogliamo pagare online anche i bollettini postali dovremo avere un’ulteriore password, che Poste Italiane chiede per autenticare il cliente. E lo stesso fanno le carte di credito, il conto telefonico, la ricarica del cellulare, il provider internet, l’università, l’intranet aziendale, ecc.
Insomma, siamo sommersi di codici, numeri e password da mandare a mente, ben oltre quello che sia umanamente possibile fare. Purtroppo (o per fortuna?), anche nel mondo digitale il nostro cervello e’ rimasto umano, e continuiamo a dare meno importanza ai numeri che non alle persone. Ci ricordiamo alla perfezione di voci e volti, ma stentiamo moltissimo con le password, nonostante l’importanza che queste assumono nella nostra vita. Sarà che diamo ancora più importanza ai rapporti reali che non alle codifiche digitali? A proposito: non dite a nessuno che alla fin fine avete scelto una soluzione semplice: usate sempre la stessa password per tutti i servizi. Il dio dell’informatica se ne potrebbe avere a male.
Di Patrizio Di Nicola
Un tempo, quando ero bambino, a me e ai miei genitori era chiesto di ricordare pochi codici numerici: il telefono della nonna, dei parenti più stretti, di qualche amico della domenica, la panetteria sotto casa. Se la memoria non bastava (ma era raro che ciò accadesse) i pochi numeri venivano diligentemente appuntati su di una rubrica, scritta a mano, con la calligrafia migliore possibile. Oggi la situazione è molto diversa, e la nostra vita digitale è molto più difficile da ricordare. Iniziamo con il bancomat, dotato di un breve numero (il PIN) da mandare a memoria (ma da non scrivere assolutamente in nessun posto). Facile, sono solo 5 numeri. Solo che di bancomat e carte di credito magari ne abbiamo due o tre, se abbiamo una attività professionale anche di più. La vita si fa difficile, e il cervello richiede allenamento. Se vogliamo usare i servizi online della banca, ovviamente avremo un’altra password da ricordare, magari anche due: una per entrare nel sistema, l’altra per eseguire le operazioni finanziarie (ma perché mai? Cosa dovremmo fare nel sito della banca se non operazioni?). Se poi vogliamo pagare online anche i bollettini postali dovremo avere un’ulteriore password, che Poste Italiane chiede per autenticare il cliente. E lo stesso fanno le carte di credito, il conto telefonico, la ricarica del cellulare, il provider internet, l’università, l’intranet aziendale, ecc.
Insomma, siamo sommersi di codici, numeri e password da mandare a mente, ben oltre quello che sia umanamente possibile fare. Purtroppo (o per fortuna?), anche nel mondo digitale il nostro cervello e’ rimasto umano, e continuiamo a dare meno importanza ai numeri che non alle persone. Ci ricordiamo alla perfezione di voci e volti, ma stentiamo moltissimo con le password, nonostante l’importanza che queste assumono nella nostra vita. Sarà che diamo ancora più importanza ai rapporti reali che non alle codifiche digitali? A proposito: non dite a nessuno che alla fin fine avete scelto una soluzione semplice: usate sempre la stessa password per tutti i servizi. Il dio dell’informatica se ne potrebbe avere a male.
giovedì, settembre 06, 2007
Molto fumo e poco arrosto?
Di Patrizio Di Nicola
I governi italiani degli ultimi anni, in linea con le indicazioni europee, hanno puntato molto sull’e-Government. Semplificazione, rapidità, economie di gestione: questi i motivi che consigliano di erogare in rete i servizi ai cittadini. Grandi promesse, quindi, ma quanto realizzate? Un recente rapporto di Accenture, la multinazionale della consulenza, ha studiato 22 nazioni, dall’Australia sino al Portogallo passando per l’Italia, per capire quanti dei servizi di e-Gov promessi fossero davvero disponibili. Lo studio, dall’indicativo titolo Delivering on the Promise (più o meno: “fornire quello che si promette”) ha scoperto che nessun governo riesce a erogare tutti i servizi previsti. In cima alla graduatoria troviamo Singapore e il Canada, che forniscono l’89% dei servizi, seguiti dagli Usa (79%). In fondo, purtroppo, l’Italia (solo 24%). Dietro di noi in questa poco onorevole graduatoria troviamo la Spagna, il Brasile, la Polonia e il Sud Africa. Gli ultimi tre, almeno, hanno la consolazione di spendere, nei servizi in rete al cittadino, molto meno di noi e quindi il rapporto costo/efficienza è migliore.
Accenture indica quattro chiavi per spiegare il successo di alcuni e il fallimento degli altri nel fornire i servizi di e-Government: 1) bisogna comprendere le necessità dei cittadini, non considerarli come una massa omogenea; 2) il backoffice va ristrutturato per allinearlo ai servizi online, altrimenti è impossibile fornire i servizi; 3) il personale va formato in maniera adeguata alle nuove esigenze; 4) non si può pensare di fare l’e-Gov in splendido isolamento, nelle stanze chiuse dei ministeri. Bisogna invece tener conto ed interagire con il complesso ecosistema composto da cittadini, aziende e organizzazioni non governative. Una ricetta semplice, ma che in Italia viene adottata, sinora, in una minoranza dei casi: è più semplice acquistare nuovi computer, che non cambiare la struttura dell’organizzazione.
Di Patrizio Di Nicola
I governi italiani degli ultimi anni, in linea con le indicazioni europee, hanno puntato molto sull’e-Government. Semplificazione, rapidità, economie di gestione: questi i motivi che consigliano di erogare in rete i servizi ai cittadini. Grandi promesse, quindi, ma quanto realizzate? Un recente rapporto di Accenture, la multinazionale della consulenza, ha studiato 22 nazioni, dall’Australia sino al Portogallo passando per l’Italia, per capire quanti dei servizi di e-Gov promessi fossero davvero disponibili. Lo studio, dall’indicativo titolo Delivering on the Promise (più o meno: “fornire quello che si promette”) ha scoperto che nessun governo riesce a erogare tutti i servizi previsti. In cima alla graduatoria troviamo Singapore e il Canada, che forniscono l’89% dei servizi, seguiti dagli Usa (79%). In fondo, purtroppo, l’Italia (solo 24%). Dietro di noi in questa poco onorevole graduatoria troviamo la Spagna, il Brasile, la Polonia e il Sud Africa. Gli ultimi tre, almeno, hanno la consolazione di spendere, nei servizi in rete al cittadino, molto meno di noi e quindi il rapporto costo/efficienza è migliore.
Accenture indica quattro chiavi per spiegare il successo di alcuni e il fallimento degli altri nel fornire i servizi di e-Government: 1) bisogna comprendere le necessità dei cittadini, non considerarli come una massa omogenea; 2) il backoffice va ristrutturato per allinearlo ai servizi online, altrimenti è impossibile fornire i servizi; 3) il personale va formato in maniera adeguata alle nuove esigenze; 4) non si può pensare di fare l’e-Gov in splendido isolamento, nelle stanze chiuse dei ministeri. Bisogna invece tener conto ed interagire con il complesso ecosistema composto da cittadini, aziende e organizzazioni non governative. Una ricetta semplice, ma che in Italia viene adottata, sinora, in una minoranza dei casi: è più semplice acquistare nuovi computer, che non cambiare la struttura dell’organizzazione.
giovedì, agosto 30, 2007
Luci ed ombre dell’Amministrazione Digitale
Molto di recente il presidente del CNIPA, lìorganismo che cura l’informatica nell’apparato statale, ha reso noto le condizioni del sistema di connettività pubblica a fine 2006. Ne esce una fotografia ricca di luci, ma anche oscurata da ampie illogicità “comportamentali”. Un caso su tutti: se da una parte è sicuramente positivo il fatto che il numero della transazioni in rete eseguite tra amministrazioni e cittadino sia cresciuto, rispetto al 2005, di oltre il 10%, dall’altra pare allarmante il dato che solo il 2% delle 260 milioni di operazioni svolte online sia stato supportato da sistemi di autenticazione sicura degli utenti, basata su smart card o carte personali. In pratica, la quasi totalità delle operazioni svolte sono potenzialmente a rischio. Il fatto non va sottovalutato. Oggi una delle minacce più serie per chi usa Internet sta nel furto di identità digitale. La Rsa Security (www.rsasecurity.com), una azienda specializzata nella protezione di informazioni private e identità digitali, sostiene che il fenomeno è in rapida crescita, e potrebbe avere serie ripercussioni sulle imprese online. In media, infatti, un consumatore evoluto crea oltre 20 diverse identità digitali, fornendo informazioni personali a siti web, con il 64% che utilizza la stessa password per accedere a tipi diversi di siti, dall'email al conto bancario. Il 33% ha addirittura ammesso di condividere le password con amici, colleghi e familiari. Il governo americano, per contrastare l’aumento dei crimini ai danni degli incauti utilizzatori di Internet, ha diffuso in rete una brochure multilingue in cui avvisa i cittadini di tenere confidenziale il numero della sicurezza sociale, che viene sempre più spesso utilizzato – incautamente per la verità – per autenticare l’utente nelle transazioni con l’apparato statale. Certo che pare almeno strano che i governi prima si siano posti, alla ricerca di una maggiore efficienza economica, il problema di aumentare il numero delle transazioni in rete, e solo dopo quello di garantire la sicurezza degli utenti. Previo poi correre ai ripari tardivamente. Un comportamento molto old society, in fin dei conti.
Molto di recente il presidente del CNIPA, lìorganismo che cura l’informatica nell’apparato statale, ha reso noto le condizioni del sistema di connettività pubblica a fine 2006. Ne esce una fotografia ricca di luci, ma anche oscurata da ampie illogicità “comportamentali”. Un caso su tutti: se da una parte è sicuramente positivo il fatto che il numero della transazioni in rete eseguite tra amministrazioni e cittadino sia cresciuto, rispetto al 2005, di oltre il 10%, dall’altra pare allarmante il dato che solo il 2% delle 260 milioni di operazioni svolte online sia stato supportato da sistemi di autenticazione sicura degli utenti, basata su smart card o carte personali. In pratica, la quasi totalità delle operazioni svolte sono potenzialmente a rischio. Il fatto non va sottovalutato. Oggi una delle minacce più serie per chi usa Internet sta nel furto di identità digitale. La Rsa Security (www.rsasecurity.com), una azienda specializzata nella protezione di informazioni private e identità digitali, sostiene che il fenomeno è in rapida crescita, e potrebbe avere serie ripercussioni sulle imprese online. In media, infatti, un consumatore evoluto crea oltre 20 diverse identità digitali, fornendo informazioni personali a siti web, con il 64% che utilizza la stessa password per accedere a tipi diversi di siti, dall'email al conto bancario. Il 33% ha addirittura ammesso di condividere le password con amici, colleghi e familiari. Il governo americano, per contrastare l’aumento dei crimini ai danni degli incauti utilizzatori di Internet, ha diffuso in rete una brochure multilingue in cui avvisa i cittadini di tenere confidenziale il numero della sicurezza sociale, che viene sempre più spesso utilizzato – incautamente per la verità – per autenticare l’utente nelle transazioni con l’apparato statale. Certo che pare almeno strano che i governi prima si siano posti, alla ricerca di una maggiore efficienza economica, il problema di aumentare il numero delle transazioni in rete, e solo dopo quello di garantire la sicurezza degli utenti. Previo poi correre ai ripari tardivamente. Un comportamento molto old society, in fin dei conti.
I giovani e la P.A.
Nell’ultima edizione del Forum della Pubblica Amministrazione, tra i molti convegni autocelebrativi organizzati da ministeri ed authority, trovava spazio, un po’ nascosto nelle pieghe del programma ufficiale, un incontro dedicato ai giovani (titolo: Vecchio sarà lei! … Quale spazio c’è per i giovani nella PA?). La domanda è d’obbligo: in un paese che invecchia rapidamente e in cui il potere è saldamente nelle mani di persone over sessanta (e non di rado over settanta), c’e’ davvero qualche possibilità per i giovani? Va subito detto che gli interventi nel blog degli organizzatori della manifestazione lasciano pochi dubbi in merito. Il rinnovamento dovrebbe passare per l’immissione in ruolo di lavoratori giovani e preparati, ma questi, purtroppo, vengono coinvolti nella macchina dello Stato in condizioni di precariato e ovviamente senza responsabilità decisionali. I dati Inps sui collaboratori nel 2006 (la gran parte dei nuovi ingressi nel settore pubblico avviene per tale strada), infatti, ci dicono che la PA ha a libro paga oltre 75 mila persone, neanche molto giovani (età media 39 anni, nel settore privato e’ di 36), ai quali elargisce una sontuosa retribuzione di neanche 8300 Euro l’anno. Per cercare qualcuno più giovane e un po’ meglio pagato bisogna guardare ai ricercatori. Dottorandi di ricerca e borsisti del ministero dell’Università hanno in media 31 anni e percepiscono oltre 11 mila euro. Peccato che a 30 anni, all’estero le carriere scientifiche sono ormai stabilizzate. Un tempo capitava anche in Italia: Fermi a quell’età insegnava Fisica Teorica, dirigeva il gruppo di ricerca di Via Panisperna e a 37 anni avrebbe preso il premio Nobel. Ma quella, ovviamente era un’altra pubblica amministrazione, in cui contavano di più la sostanza che la forma. Ed essere giovani era un valore positivo. Oggi, nella PA, essere giovane significa soprattutto essere precario, una condizione scomoda che li mette alla mercè dei “vecchi” dirigenti dai quali dipende la riconferma nell’incarico. In tali condizioni, ovviamente, innovare è un rischio che non vale neanche tentare.
Nell’ultima edizione del Forum della Pubblica Amministrazione, tra i molti convegni autocelebrativi organizzati da ministeri ed authority, trovava spazio, un po’ nascosto nelle pieghe del programma ufficiale, un incontro dedicato ai giovani (titolo: Vecchio sarà lei! … Quale spazio c’è per i giovani nella PA?). La domanda è d’obbligo: in un paese che invecchia rapidamente e in cui il potere è saldamente nelle mani di persone over sessanta (e non di rado over settanta), c’e’ davvero qualche possibilità per i giovani? Va subito detto che gli interventi nel blog degli organizzatori della manifestazione lasciano pochi dubbi in merito. Il rinnovamento dovrebbe passare per l’immissione in ruolo di lavoratori giovani e preparati, ma questi, purtroppo, vengono coinvolti nella macchina dello Stato in condizioni di precariato e ovviamente senza responsabilità decisionali. I dati Inps sui collaboratori nel 2006 (la gran parte dei nuovi ingressi nel settore pubblico avviene per tale strada), infatti, ci dicono che la PA ha a libro paga oltre 75 mila persone, neanche molto giovani (età media 39 anni, nel settore privato e’ di 36), ai quali elargisce una sontuosa retribuzione di neanche 8300 Euro l’anno. Per cercare qualcuno più giovane e un po’ meglio pagato bisogna guardare ai ricercatori. Dottorandi di ricerca e borsisti del ministero dell’Università hanno in media 31 anni e percepiscono oltre 11 mila euro. Peccato che a 30 anni, all’estero le carriere scientifiche sono ormai stabilizzate. Un tempo capitava anche in Italia: Fermi a quell’età insegnava Fisica Teorica, dirigeva il gruppo di ricerca di Via Panisperna e a 37 anni avrebbe preso il premio Nobel. Ma quella, ovviamente era un’altra pubblica amministrazione, in cui contavano di più la sostanza che la forma. Ed essere giovani era un valore positivo. Oggi, nella PA, essere giovane significa soprattutto essere precario, una condizione scomoda che li mette alla mercè dei “vecchi” dirigenti dai quali dipende la riconferma nell’incarico. In tali condizioni, ovviamente, innovare è un rischio che non vale neanche tentare.
Che strani i cinesi
La Cina, sia che la si veda come temibile concorrente commerciale, sia come una straordinaria opportunità di business, è da tempo al centro dei pensieri di molti decision maker. Si organizzano missioni commerciali ed accademiche, i partiti politici e i sindacati cercano di penetrarne le complesse logiche di funzionamento politico. La Cina, insomma, attrae e fa paura. Ma pare anche che stia deludendo coloro che avevano pensato che potesse rappresentare un nuovo Eldorado. Business Week, il settimanale americano che anticipa spesso gli umori del capitalismo d’oltreoceano, lamenta, in un recente numero, la eccessiva cautela dei consumatori cinesi. I quali, nonostante la imponente crescita economica e l’aumento dei salari che ha costituito un enorme ceto intermedio, sono restii a correre nei centri commerciali a comprare televisori, cellulari, e motociclette con le quali sostituire i tradizionali cicli che riempiono le strade della Cina. Certo, la vendita di automobili l’anno scorso è cresciuta del 30%, ma rimane il fatto che gli 1,3 miliardi di cinesi, con una popolazione pari a quattro volte gli Stati Uniti, spendono solo il 12% rispetto agli americani. E la situazione non è destinata a capovolgersi in fretta, in quanto i cinesi anziché spendere tutto quello che guadagnano, paiono intenzionati a risparmiare. A ben scavare, però, il comportamento dei consumatori in quella parte del mondo sembra del tutto logica. Infatti, con la trasformazione in senso capitalistico della società, sono stati aboliti o pesantemente ridotti molti benefici di cui i cinesi godevano, quali l’abitazione di proprietà dello Stato, il sistema sanitario e quello scolastico gratuiti, e la pensione pubblica. Oggi chi vuole questi servizi è costretto a pagarli, spesso a caro prezzo. Nel frattempo, nonostante il tentativo di aumentare i salari di pari passo con la crescita economica, le retribuzioni rappresentano oggi il 41,4% del PIL, con un calo di oltre 11 punti rispetto al 1998. Negli Usa, questo rapporto si attesta al 57%. E’ evidente che, in tali condizioni si sia più propensi al risparmio che alla spesa. Le grandi corporation americane, in definitiva, stanno scoprendo i lati negativi del capitalismo cinese che esse stesse hanno partorito tramite le politiche dei bassi costi della manodopera.
La Cina, sia che la si veda come temibile concorrente commerciale, sia come una straordinaria opportunità di business, è da tempo al centro dei pensieri di molti decision maker. Si organizzano missioni commerciali ed accademiche, i partiti politici e i sindacati cercano di penetrarne le complesse logiche di funzionamento politico. La Cina, insomma, attrae e fa paura. Ma pare anche che stia deludendo coloro che avevano pensato che potesse rappresentare un nuovo Eldorado. Business Week, il settimanale americano che anticipa spesso gli umori del capitalismo d’oltreoceano, lamenta, in un recente numero, la eccessiva cautela dei consumatori cinesi. I quali, nonostante la imponente crescita economica e l’aumento dei salari che ha costituito un enorme ceto intermedio, sono restii a correre nei centri commerciali a comprare televisori, cellulari, e motociclette con le quali sostituire i tradizionali cicli che riempiono le strade della Cina. Certo, la vendita di automobili l’anno scorso è cresciuta del 30%, ma rimane il fatto che gli 1,3 miliardi di cinesi, con una popolazione pari a quattro volte gli Stati Uniti, spendono solo il 12% rispetto agli americani. E la situazione non è destinata a capovolgersi in fretta, in quanto i cinesi anziché spendere tutto quello che guadagnano, paiono intenzionati a risparmiare. A ben scavare, però, il comportamento dei consumatori in quella parte del mondo sembra del tutto logica. Infatti, con la trasformazione in senso capitalistico della società, sono stati aboliti o pesantemente ridotti molti benefici di cui i cinesi godevano, quali l’abitazione di proprietà dello Stato, il sistema sanitario e quello scolastico gratuiti, e la pensione pubblica. Oggi chi vuole questi servizi è costretto a pagarli, spesso a caro prezzo. Nel frattempo, nonostante il tentativo di aumentare i salari di pari passo con la crescita economica, le retribuzioni rappresentano oggi il 41,4% del PIL, con un calo di oltre 11 punti rispetto al 1998. Negli Usa, questo rapporto si attesta al 57%. E’ evidente che, in tali condizioni si sia più propensi al risparmio che alla spesa. Le grandi corporation americane, in definitiva, stanno scoprendo i lati negativi del capitalismo cinese che esse stesse hanno partorito tramite le politiche dei bassi costi della manodopera.
L’innovazione e il Partito che non c’e’
Di innovazione parlano tutti i partiti, e quando ne discutono la mettono quasi sempre al centro della propria azione politica. Anche i partiti che ancora non esistono ci pensano, come il nascente Partito Democratico, che ha dedicato uno dei suoi primissimi laboratori politici al tema dell’innovazione. I risultati cui gli esperti che hanno partecipato al laboratorio sono pervenuti indicano due tematiche come strategiche per l’immediato futuro: le infrastrutture di rete e il miglioramento dei processi di e-Government. Argomenti assolutamente importanti: non c’e’ innovazione senza infrastrutture; e ciò non costituisce una novità, se è vero che anche la società industriale non si sarebbe sviluppata senza centrali elettriche e sistemi di comunicazione come le ferrovie e le strade. E non c’e’ innovazione senza una pubblica amministrazione moderna, che funzioni bene e non sia un peso per il sistema produttivo.
Ma l’innovazione non è solo questo. L’innovazione ci darà un futuro migliore, ma solo se la curiamo giorno per giorno. Ai telefonini e a Internet succederanno altre novità tecnologiche, che ci permetteranno di fare meglio, in maniera più economica e in minor tempo molte delle cose che oggi ci costano fatica. Innovare significa cambiare il modo in cui le persone lavorano e vivono e come le aziende sono organizzate, alla ricerca di efficienza e di compatibilità negli stili di vita di uomini e donne. Perchè ciò avvenga non bastano le tattiche come quelle sinora delineate, serve una strategia vera e propria, che metta al centro la produzione diffusa di innovazione. Ciò può avvenire solo se si salda stabilmente il rapporto tra centri di ricerca, imprese e pubbliche amministrazioni. Oggi questo rapporto semplicemente non esiste, almeno se si escludono pochi casi di eccellenza che però più che best practices sono oasi nel deserto. I Governi spendono poco, ma soprattutto male, con procedure burocratiche che rendono impossibile innovare davvero; le aziende cercano di conservare allo stremo i propri know how, senza preoccuparsi di incrementarli, e ciò facendo perdono competitività e neanche se ne avvedono; le Università, strangolate da vincoli di bilancio e da una politica miope che non affronta i costi reali della formazione, producono laureati e ricercatori che fuggono nei maggiori laboratori del mondo, dove oltre che il genio trovano anche i mezzi per lavorare.
Chissà, forse il vero Partito che non c’e’ è proprio quello dell’innovazione.
Di innovazione parlano tutti i partiti, e quando ne discutono la mettono quasi sempre al centro della propria azione politica. Anche i partiti che ancora non esistono ci pensano, come il nascente Partito Democratico, che ha dedicato uno dei suoi primissimi laboratori politici al tema dell’innovazione. I risultati cui gli esperti che hanno partecipato al laboratorio sono pervenuti indicano due tematiche come strategiche per l’immediato futuro: le infrastrutture di rete e il miglioramento dei processi di e-Government. Argomenti assolutamente importanti: non c’e’ innovazione senza infrastrutture; e ciò non costituisce una novità, se è vero che anche la società industriale non si sarebbe sviluppata senza centrali elettriche e sistemi di comunicazione come le ferrovie e le strade. E non c’e’ innovazione senza una pubblica amministrazione moderna, che funzioni bene e non sia un peso per il sistema produttivo.
Ma l’innovazione non è solo questo. L’innovazione ci darà un futuro migliore, ma solo se la curiamo giorno per giorno. Ai telefonini e a Internet succederanno altre novità tecnologiche, che ci permetteranno di fare meglio, in maniera più economica e in minor tempo molte delle cose che oggi ci costano fatica. Innovare significa cambiare il modo in cui le persone lavorano e vivono e come le aziende sono organizzate, alla ricerca di efficienza e di compatibilità negli stili di vita di uomini e donne. Perchè ciò avvenga non bastano le tattiche come quelle sinora delineate, serve una strategia vera e propria, che metta al centro la produzione diffusa di innovazione. Ciò può avvenire solo se si salda stabilmente il rapporto tra centri di ricerca, imprese e pubbliche amministrazioni. Oggi questo rapporto semplicemente non esiste, almeno se si escludono pochi casi di eccellenza che però più che best practices sono oasi nel deserto. I Governi spendono poco, ma soprattutto male, con procedure burocratiche che rendono impossibile innovare davvero; le aziende cercano di conservare allo stremo i propri know how, senza preoccuparsi di incrementarli, e ciò facendo perdono competitività e neanche se ne avvedono; le Università, strangolate da vincoli di bilancio e da una politica miope che non affronta i costi reali della formazione, producono laureati e ricercatori che fuggono nei maggiori laboratori del mondo, dove oltre che il genio trovano anche i mezzi per lavorare.
Chissà, forse il vero Partito che non c’e’ è proprio quello dell’innovazione.
Cultura libera
E’ di qualche giorno fa la notizia che il CNIPA, organizzazione che ha l'obiettivo primario di supportare la pubblica amministrazione nell'utilizzo efficace dell'informatica e contenere i costi dell’azione amministrativa, ha siglato un protocollo di intesa con la Regione Toscana. Scopo dell’accordo è di scambiarsi le esperienze fatte nel campo dell’e-learning e della diffusione di metodologie basate sulle nuove tecnologie per l'aggiornamento professionale dei pubblici dipendenti. La Toscana, infatti, è decisamente in una posizione avanzata in questo settore. Grazie al progetto TRIO (Tecnologie, Ricerca, Innovazione e Orientamento) la Regione mette a disposizione, gratuitamente previa registrazione, un portale dal quale è possibile fruire di oltre mille corsi di formazione, che vanno dall’informatica alle lingue, sino all’ambiente e al terzo settore. E’ un patrimonio di conoscenze rilevanti, spesso finanziate con fondi pubblici, che è quindi assolutamente logico e giusto che tornino, come formazione continua, ai cittadini.
Per alcuni versi TRIO segue la falsariga del progetto Open Courseware iniziato nel 1999 dal prestigioso Massachusett Institute of Technology. Anche in quel caso, infatti, sono a disposizione online, senza neanche la formalità della registrazione, tutti i materiali didattici preparati dai docenti del MIT (in qualche caso persone che hanno preso il premio Nobel per i loro corsi regolari.
Il modello della cultura libera è senza dubbio la strada giusta da perseguire, e dimostra la validità dei modelli di condivisione nati originariamente attorno alle comunità hacker. Anche nell’open courseware, infatti, chi mette a disposizione i propri materiali lo fa per tre motivi: ottenere un riconoscimento della sue competenze dalla comunità, salvaguardare le proprietà intellettuali, grazie all’esistenza della licenza Creative Commons, che tutela il diritto d’autore anche in assenza di transazioni commerciali e costi, e infine donare qualcosa al mondo di chi è escluso dai processi formativi.
A quando un progetto di cultura libera in Italia che coinvolga almeno le organizzazioni pubbliche che producono o acquistano formazione a distanza?
E’ di qualche giorno fa la notizia che il CNIPA, organizzazione che ha l'obiettivo primario di supportare la pubblica amministrazione nell'utilizzo efficace dell'informatica e contenere i costi dell’azione amministrativa, ha siglato un protocollo di intesa con la Regione Toscana. Scopo dell’accordo è di scambiarsi le esperienze fatte nel campo dell’e-learning e della diffusione di metodologie basate sulle nuove tecnologie per l'aggiornamento professionale dei pubblici dipendenti. La Toscana, infatti, è decisamente in una posizione avanzata in questo settore. Grazie al progetto TRIO (Tecnologie, Ricerca, Innovazione e Orientamento) la Regione mette a disposizione, gratuitamente previa registrazione, un portale dal quale è possibile fruire di oltre mille corsi di formazione, che vanno dall’informatica alle lingue, sino all’ambiente e al terzo settore. E’ un patrimonio di conoscenze rilevanti, spesso finanziate con fondi pubblici, che è quindi assolutamente logico e giusto che tornino, come formazione continua, ai cittadini.
Per alcuni versi TRIO segue la falsariga del progetto Open Courseware iniziato nel 1999 dal prestigioso Massachusett Institute of Technology. Anche in quel caso, infatti, sono a disposizione online, senza neanche la formalità della registrazione, tutti i materiali didattici preparati dai docenti del MIT (in qualche caso persone che hanno preso il premio Nobel per i loro corsi regolari.
Il modello della cultura libera è senza dubbio la strada giusta da perseguire, e dimostra la validità dei modelli di condivisione nati originariamente attorno alle comunità hacker. Anche nell’open courseware, infatti, chi mette a disposizione i propri materiali lo fa per tre motivi: ottenere un riconoscimento della sue competenze dalla comunità, salvaguardare le proprietà intellettuali, grazie all’esistenza della licenza Creative Commons, che tutela il diritto d’autore anche in assenza di transazioni commerciali e costi, e infine donare qualcosa al mondo di chi è escluso dai processi formativi.
A quando un progetto di cultura libera in Italia che coinvolga almeno le organizzazioni pubbliche che producono o acquistano formazione a distanza?
Musica incatenata
Se la pirateria informatica è un potenziale problema per tutti gli utenti di internet, essa diventa davvero una jattura per le grandi case discografiche. Il diffusissimo formato mp3, infatti, permette di archiviare un intero album musicale nello spazio di pochi megabyte. In un CD di dati entrano una decina di compilation, che possono agevolmente venire poi trasmesse a chiunque nel mondo. Le major, ovvero le case di produzione di maggiori dimensioni, tramite una apposita alleanza, da anni si battono, a volte con espedienti non del tutto lineari, contro la copia dei contenuti protetti. A tal scopo hanno anche, d’accordo alcune software house, sviluppato vari sistemi anticopia, generalmente noti con l’acronimo DRM (Digital Rights Management), che pongono limitazioni alla digitalizzazione della musica, all’ascolto su PC o in apparati diversi dal semplice CD Player. A questa situazione si è ribellato Steve Jobs, patron della Apple, maggiore produttore di lettori di MP3 (gli Ipod) e leader della vendita di musica online. A causa delle protezioni, egli afferma, diviene impossibile vendere tramite internet brani musicali, e in tal modo le major non ostacolano la pirateria, ma finiscono per incentivarla (i sistemi DRM, sostiene Jobs, sono ormai aggirabili dai veri pirati, mentre ostacolano chi vorrebbe comprare regolarmente i brani).
Un multimiliardario quindi che scende in campo in favore dei peones di Internet? Si, ma con alcune avvertenze. Jobs sta spingendo in favore del business di casa, ovviamente. ITunes, il suo servizio di vendita di musica online, ha sinora distribuito solo due milardi di brani, proprio a causa dei DRM. Ma guarda caso per tutti i brani scaricati esiste un blocco tecnologico tra iTunes e iPod, alla faccia della libera concorrenza. Altroconsumo, che ha recentemente presentato una petizione per la modifica della legge in Italia sui diritti di autore ha fatto notare che se Jobs vuole veramente fare qualcosa in favore delle legittime pretese dei consumatori deve dare un segnale concreto, iniziando a vendere sulla piattaforma iTunes musica degli artisti indipendenti e non legati alle major.
Ma la musica, che con internet si voleva libera come mai è finita in catene?
Se la pirateria informatica è un potenziale problema per tutti gli utenti di internet, essa diventa davvero una jattura per le grandi case discografiche. Il diffusissimo formato mp3, infatti, permette di archiviare un intero album musicale nello spazio di pochi megabyte. In un CD di dati entrano una decina di compilation, che possono agevolmente venire poi trasmesse a chiunque nel mondo. Le major, ovvero le case di produzione di maggiori dimensioni, tramite una apposita alleanza, da anni si battono, a volte con espedienti non del tutto lineari, contro la copia dei contenuti protetti. A tal scopo hanno anche, d’accordo alcune software house, sviluppato vari sistemi anticopia, generalmente noti con l’acronimo DRM (Digital Rights Management), che pongono limitazioni alla digitalizzazione della musica, all’ascolto su PC o in apparati diversi dal semplice CD Player. A questa situazione si è ribellato Steve Jobs, patron della Apple, maggiore produttore di lettori di MP3 (gli Ipod) e leader della vendita di musica online. A causa delle protezioni, egli afferma, diviene impossibile vendere tramite internet brani musicali, e in tal modo le major non ostacolano la pirateria, ma finiscono per incentivarla (i sistemi DRM, sostiene Jobs, sono ormai aggirabili dai veri pirati, mentre ostacolano chi vorrebbe comprare regolarmente i brani).
Un multimiliardario quindi che scende in campo in favore dei peones di Internet? Si, ma con alcune avvertenze. Jobs sta spingendo in favore del business di casa, ovviamente. ITunes, il suo servizio di vendita di musica online, ha sinora distribuito solo due milardi di brani, proprio a causa dei DRM. Ma guarda caso per tutti i brani scaricati esiste un blocco tecnologico tra iTunes e iPod, alla faccia della libera concorrenza. Altroconsumo, che ha recentemente presentato una petizione per la modifica della legge in Italia sui diritti di autore ha fatto notare che se Jobs vuole veramente fare qualcosa in favore delle legittime pretese dei consumatori deve dare un segnale concreto, iniziando a vendere sulla piattaforma iTunes musica degli artisti indipendenti e non legati alle major.
Ma la musica, che con internet si voleva libera come mai è finita in catene?
sabato, gennaio 13, 2007
Le ICT nelle imprese italiane
Di Patrizio Di Nicola per Rassegna Mese
Poco prima di Natale l’Istat ha reso noto i risultati di un interessante studio, sull’uso delle
tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) nelle imprese con almeno 10 addetti. Il campione, pari a 36.347 imprese, rappresenta un universo di 183.386 imprese, per un totale di 7.768.327 addetti. I risultati, come avviene ormai da molti anni, sono estremamente contraddittori e rivelano una relativa arretratezza tecnologica, sebbene selettiva, del nostro tessuto imprenditoriale. Anzitutto va detto che le imprese italiane eccellono in Europa nell’uso dei servizi di e-government messi a disposizione dalla pubblica amministrazione: ma si tratta soprattutto di svolgimento di pratiche burocratiche, finanziarie e fiscali online anziché in presenza (sinceramente chi scrive avrebbe sperato nella estinzioni di gran parte degli adempimenti burocratici, non nella loro traduzione in formato web). Ben poche invece (meno dell’8% del totale), sono le aziende che partecipano a gare d’appalto in rete (forse perche’ se ne fanno poche, ma sicuramente garantirebbero una maggiore trasparenza di procedure e risultati) e quasi nessuna (3,8%) vende i propri prodotti online. Rispetto alla media dei 25 paesi europei, tanto per segnalare qualche altro numero, le aziende italiane sono al 19° posto per possesso di un sito web (lo hanno il 57% delle imprese sopra i 10 dipendenti: nella Repubblica Ceca esiste nel 70% delle aziende) e addirittura al 24° per acquisti e vendite online (dopo di noi vi e’ solo la Lettonia). A questo va aggiunto, naturalmente, uno scarsissimo utilizzo delle ICT per migliorare il lavoro, sotto il profilo della conciliazione dei tempi e della produttività: sono solo il 4,4% del totale le aziende che permettono ai propri dipendenti di accedere alla rete aziendale dall’esterno (in altri termini di telelavorare). Anche il 2006, quindi, dovrà essere archiviato con il Paese afflitto da un’asma tecnologica: per quanto si possa voler correre, mancando sia le risorse economiche, sia la formazione alle ICT, il nostro divario aumenta anziché diminuire. Speriamo nel nuovo anno.
Di Patrizio Di Nicola per Rassegna Mese
Poco prima di Natale l’Istat ha reso noto i risultati di un interessante studio, sull’uso delle
tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) nelle imprese con almeno 10 addetti. Il campione, pari a 36.347 imprese, rappresenta un universo di 183.386 imprese, per un totale di 7.768.327 addetti. I risultati, come avviene ormai da molti anni, sono estremamente contraddittori e rivelano una relativa arretratezza tecnologica, sebbene selettiva, del nostro tessuto imprenditoriale. Anzitutto va detto che le imprese italiane eccellono in Europa nell’uso dei servizi di e-government messi a disposizione dalla pubblica amministrazione: ma si tratta soprattutto di svolgimento di pratiche burocratiche, finanziarie e fiscali online anziché in presenza (sinceramente chi scrive avrebbe sperato nella estinzioni di gran parte degli adempimenti burocratici, non nella loro traduzione in formato web). Ben poche invece (meno dell’8% del totale), sono le aziende che partecipano a gare d’appalto in rete (forse perche’ se ne fanno poche, ma sicuramente garantirebbero una maggiore trasparenza di procedure e risultati) e quasi nessuna (3,8%) vende i propri prodotti online. Rispetto alla media dei 25 paesi europei, tanto per segnalare qualche altro numero, le aziende italiane sono al 19° posto per possesso di un sito web (lo hanno il 57% delle imprese sopra i 10 dipendenti: nella Repubblica Ceca esiste nel 70% delle aziende) e addirittura al 24° per acquisti e vendite online (dopo di noi vi e’ solo la Lettonia). A questo va aggiunto, naturalmente, uno scarsissimo utilizzo delle ICT per migliorare il lavoro, sotto il profilo della conciliazione dei tempi e della produttività: sono solo il 4,4% del totale le aziende che permettono ai propri dipendenti di accedere alla rete aziendale dall’esterno (in altri termini di telelavorare). Anche il 2006, quindi, dovrà essere archiviato con il Paese afflitto da un’asma tecnologica: per quanto si possa voler correre, mancando sia le risorse economiche, sia la formazione alle ICT, il nostro divario aumenta anziché diminuire. Speriamo nel nuovo anno.
L’e-government nelle province
Di Patrizio Di Nicola
A che punto è il processo di informatizzazione delle Province italiane? A scattare l’ultima foto, almeno in ordine di tempo, ci ha pensato l’Istat, in collaborazione con i Centri regionali di competenza per l’e-government, strutture nate proprio per accelerare i processi di adozione delle tecnologie ICT nelle pubbliche amministrazioni. L’immagine che se ne rileva, relativa al 2005, è come sempre contraddittoria. Infatti, se da una parte 91 province su cento hanno dichiarato la presenza di uno o più uffici dedicati alle nuove tecnologie nella propria struttura organizzativa e la disponibilità di personal computer supera il 70% dei dipendenti, dall’altra si scopre l’esistenza di un enorme divario territoriale: le province del Nord-est hanno quasi un computer per dipendente (96,6%), mentre al Sud il rapporto è di uno a due (56%). Ma come si svolgono le transazioni tipiche dell’e-government? Il sito web istituzionale è il principale strumento utilizzato per fornire elettronicamente moduli e informazioni a famiglie ed aziende. Peccato però che solo nel 68,% delle province esistano servizi interattivi, che permettono ai cittadini di consultare banche dati o verificare l’avanzamento delle pratiche. Ancora di meno (solo il 30%) sono le province nelle quali è possibile l’espletamento (o la mera presentazione) di istanze online, i cosiddetti servizi transattivi. Anche in questa caso al Sud va peggio, e molto, del Nord: le transazioni online sono consentite nel 14% delle province del Mezzogiorno, contro il 62% del Nord-est.
Insomma: l’e-government rimane una chimera, e sarebbe meglio praticarlo che predicarlo.
Di Patrizio Di Nicola
A che punto è il processo di informatizzazione delle Province italiane? A scattare l’ultima foto, almeno in ordine di tempo, ci ha pensato l’Istat, in collaborazione con i Centri regionali di competenza per l’e-government, strutture nate proprio per accelerare i processi di adozione delle tecnologie ICT nelle pubbliche amministrazioni. L’immagine che se ne rileva, relativa al 2005, è come sempre contraddittoria. Infatti, se da una parte 91 province su cento hanno dichiarato la presenza di uno o più uffici dedicati alle nuove tecnologie nella propria struttura organizzativa e la disponibilità di personal computer supera il 70% dei dipendenti, dall’altra si scopre l’esistenza di un enorme divario territoriale: le province del Nord-est hanno quasi un computer per dipendente (96,6%), mentre al Sud il rapporto è di uno a due (56%). Ma come si svolgono le transazioni tipiche dell’e-government? Il sito web istituzionale è il principale strumento utilizzato per fornire elettronicamente moduli e informazioni a famiglie ed aziende. Peccato però che solo nel 68,% delle province esistano servizi interattivi, che permettono ai cittadini di consultare banche dati o verificare l’avanzamento delle pratiche. Ancora di meno (solo il 30%) sono le province nelle quali è possibile l’espletamento (o la mera presentazione) di istanze online, i cosiddetti servizi transattivi. Anche in questa caso al Sud va peggio, e molto, del Nord: le transazioni online sono consentite nel 14% delle province del Mezzogiorno, contro il 62% del Nord-est.
Insomma: l’e-government rimane una chimera, e sarebbe meglio praticarlo che predicarlo.
Spazi aperti
Di Patrizio Di Nicola
Ciascuno di noi, andando in ufficio, sogna di lavorare in uno spazio aperto, magari con visioni celestiali: prati verdi, papaveri rossi, dune di sabbia e scogliere incontaminate. Invece, al massimo, abbiamo davanti un muro. Se siamo fortunati sul muro c’e’ un poster o un quadro. Se la sfortuna ci perseguita, sul poster c’e’ scritto qualcosa relativamente alla nostra produttività. L’idea di cambiare questo stato di cose “buttando giù i muri dell’ufficio” venne, all’inizio degli anni Sessanta, a un designer americano, Robert Propst, che immaginò l’ufficio come un open space: non più muri alti sino al soffitto, ma bassi pannelli che chiudono gli spazi individuali quel tanto che basta per garantire la privacy durante le fasi di lavoro “a testa bassa”, ma che al contempo garantiscono, una volta in piedi, il contatto con gli altri. Una ottima idea, a prima vista: aumenta la socialità, ma salvaguardia la necessità di concentrazione. Solo che le aziende, sempre più attente ai risparmi che alla qualità della vita degli individui, hanno colto l’idea per concentrare in spazi sempre più piccoli (e rumorosi) centinaia di impiegati. L’open space, infatti, è oggi associato, più che all’idea di movimento (questa la filosofia proposta da Propst nel 1968 con il nome Action Office) a quella di cubicolo: uno spazio minimo ed ottimizzato, ove al dipendente è chiesto di lavorare in maniera impersonale e standardizzata. Wired, la nota rivista americana profeta della Net Economy, dice che i cubicoli "sono appena più ampi di una bara e appena più piccoli di una cella di San Quintino". Quindi un posto ottimale per farci lavorare un knowledge worker in attesa di renderlo milionario grazie alle stock option? Peccato che poi questo si senta poco o nulla diverso da un pollo in batteria. Che magari sforna uova d’oro per gli azionisti della sua impresa. I quali davvero veleggiano tra mari incontaminati e spiagge dorate.
Di Patrizio Di Nicola
Ciascuno di noi, andando in ufficio, sogna di lavorare in uno spazio aperto, magari con visioni celestiali: prati verdi, papaveri rossi, dune di sabbia e scogliere incontaminate. Invece, al massimo, abbiamo davanti un muro. Se siamo fortunati sul muro c’e’ un poster o un quadro. Se la sfortuna ci perseguita, sul poster c’e’ scritto qualcosa relativamente alla nostra produttività. L’idea di cambiare questo stato di cose “buttando giù i muri dell’ufficio” venne, all’inizio degli anni Sessanta, a un designer americano, Robert Propst, che immaginò l’ufficio come un open space: non più muri alti sino al soffitto, ma bassi pannelli che chiudono gli spazi individuali quel tanto che basta per garantire la privacy durante le fasi di lavoro “a testa bassa”, ma che al contempo garantiscono, una volta in piedi, il contatto con gli altri. Una ottima idea, a prima vista: aumenta la socialità, ma salvaguardia la necessità di concentrazione. Solo che le aziende, sempre più attente ai risparmi che alla qualità della vita degli individui, hanno colto l’idea per concentrare in spazi sempre più piccoli (e rumorosi) centinaia di impiegati. L’open space, infatti, è oggi associato, più che all’idea di movimento (questa la filosofia proposta da Propst nel 1968 con il nome Action Office) a quella di cubicolo: uno spazio minimo ed ottimizzato, ove al dipendente è chiesto di lavorare in maniera impersonale e standardizzata. Wired, la nota rivista americana profeta della Net Economy, dice che i cubicoli "sono appena più ampi di una bara e appena più piccoli di una cella di San Quintino". Quindi un posto ottimale per farci lavorare un knowledge worker in attesa di renderlo milionario grazie alle stock option? Peccato che poi questo si senta poco o nulla diverso da un pollo in batteria. Che magari sforna uova d’oro per gli azionisti della sua impresa. I quali davvero veleggiano tra mari incontaminati e spiagge dorate.
Meglio il riposo
Di Patrizio Di Nicola
Le finanze delle compagnie aeree sono tutt’altro che floride, lo sappiamo. A rendere un business promettente un vero incubo manageriale hanno contribuito varie cose: l’aumento dei carburanti, i maggiori costi per la sicurezza di aeroporti e aerei, l’aumento della concorrenza seguita alla nascita delle compagnie low cost. Ma un ruolo importante lo giocano anche gli errori di valutazione dei manager, che a volte dimostrano di sapere poco dei loro passeggeri e dell’umanità in genere. Prendiamo il caso delle connessioni hi speed ad Internet in volo. Qualche anno fa è nata una tecnologia, chiamata Connexion, sviluppata dalla Boeing al fine di permettere la navigazione su rete satellitaria durante il volo. L’aziende aerea pare abbia speso, per sviluppare tale meraviglia tecnologica, oltre un miliardo di dollari, superando problemi tecnici di non piccola portata. Ora arriva la notizia, tramite il web dell’azienda, che il servizio verrà dismesso. Motivo? I clienti disponibili a pagare circa 10 dollari per un’ora di connessione in volo, in due anni, sono stati pochissimi. Una ricerca approfondita svolta dalla Boeing (ma perché la avranno fatta dopo avere introdotto il servizio e non prima?) ha dimostrato che gli executive, durante il volo, non sono interessati a lavorare su Internet, quanto a vedersi un buon film o a farsi una dormitina. Non mi sembra un comportamento difficile da intuire: basta guardarsi intorno in aereo o in treno per rendersi conto di come le persone si comportano . Bisogna essere un po’ workhaolic (il termine, molto usato negli USA, indica coloro che non riescono a staccarsi dal lavoro: una vera e propria malattia, per la quale sono sorte cliniche specializzate, che raccomandiamo ai manager delle compagnie aeree) per pensare che nel viaggio tra un lavoro e l’altro quello che i passeggeri vogliono sia soprattutto lavorare come in ufficio. Ma i passeggeri, poi, si prendono la rivincita.
Di Patrizio Di Nicola
Le finanze delle compagnie aeree sono tutt’altro che floride, lo sappiamo. A rendere un business promettente un vero incubo manageriale hanno contribuito varie cose: l’aumento dei carburanti, i maggiori costi per la sicurezza di aeroporti e aerei, l’aumento della concorrenza seguita alla nascita delle compagnie low cost. Ma un ruolo importante lo giocano anche gli errori di valutazione dei manager, che a volte dimostrano di sapere poco dei loro passeggeri e dell’umanità in genere. Prendiamo il caso delle connessioni hi speed ad Internet in volo. Qualche anno fa è nata una tecnologia, chiamata Connexion, sviluppata dalla Boeing al fine di permettere la navigazione su rete satellitaria durante il volo. L’aziende aerea pare abbia speso, per sviluppare tale meraviglia tecnologica, oltre un miliardo di dollari, superando problemi tecnici di non piccola portata. Ora arriva la notizia, tramite il web dell’azienda, che il servizio verrà dismesso. Motivo? I clienti disponibili a pagare circa 10 dollari per un’ora di connessione in volo, in due anni, sono stati pochissimi. Una ricerca approfondita svolta dalla Boeing (ma perché la avranno fatta dopo avere introdotto il servizio e non prima?) ha dimostrato che gli executive, durante il volo, non sono interessati a lavorare su Internet, quanto a vedersi un buon film o a farsi una dormitina. Non mi sembra un comportamento difficile da intuire: basta guardarsi intorno in aereo o in treno per rendersi conto di come le persone si comportano . Bisogna essere un po’ workhaolic (il termine, molto usato negli USA, indica coloro che non riescono a staccarsi dal lavoro: una vera e propria malattia, per la quale sono sorte cliniche specializzate, che raccomandiamo ai manager delle compagnie aeree) per pensare che nel viaggio tra un lavoro e l’altro quello che i passeggeri vogliono sia soprattutto lavorare come in ufficio. Ma i passeggeri, poi, si prendono la rivincita.
Passaporto nightmare
Di Patrizio Di Nicola
D’estate, si sa, si parte per le vacanze. Si pianifica il viaggio, si ragiona delle valigie e di cosa metterci dentro, si pensa a chi potrà prendersi cura delle piante o del gatto casalingo, poi via. Anzi no. Se la nostra meta e’ una località negli Stati Uniti sono guai, in quanto molto probabilmente dovremo richiedere un nuovo passaporto e ci sono discrete possibilità che dovremo cambiare destinazione, in quanto lo Stato italiano non sarà in grado di consegnarci il documento in tempo per la partenza. Con l’entrata in vigore (negli USA, non in Italia) delle norme anti terrorismo il governo americano ha deciso che chi vuole entrare nel loro territorio senza sottoporsi alla lunga e costosa procedura di rilascio del visto deve avere un passaporto dotato di foto digitale (quindi stampata da computer direttamente sul documento). Le questure italiane non dispongono ovunque dei macchinari necessari per l’emissione dei nuovi passaporti (le finanziarie passate, come noto, hanno ridotto gli stanziamenti, non certo aumentati). Ciò comporta la concentrazione delle richieste in alcuni uffici che, sommato al fatto che la grandissima percentuale di richieste si concentrano nei mesi estivi, fa saltare tutti i tempi. Al momento la Questura di Roma, ad esempio, preventiva circa 60 giorni per il rilascio del documento (la legge 1185 del 1967, che nonostante sia stata emanata tanti anni prima dell’avvento delle nuove tecnologie, prometteva il rilascio in 15 giorni, che al massimo potevano raddoppiare) . Ma prima bisogna prendere al volo la fortuna, e riuscire a conquistare uno dei 200 numeretti che, distribuiti molto prima dell’orario di apertura degli uffici, permettono di presentarsi fisicamente allo sportello per “iniziare la pratica”. Certo, chi non ha fretta può evitare la trafila e, pagando 20 euro in più, da alcuni giorni può rivolgersi alle Poste per il rilascio del passaporto. I tempi si allungano, garantito.
Ma l’Italia non è, come ci hanno detto più volte i ministri “competenti”, all’avanguardia nell’e-government? Allora come si spiega che, dal 1967 ad oggi i tempi per rilasciare un documento si siano espansi anziché ridursi? Viene il dubbio che l’e-government sia soprattutto un mezzo con cui l’amministrazione statale incassa le tasse dai cittadini più rapidamente e con meno spese. Come diceva Totò? Ma mi faccia il piacere!
Di Patrizio Di Nicola
D’estate, si sa, si parte per le vacanze. Si pianifica il viaggio, si ragiona delle valigie e di cosa metterci dentro, si pensa a chi potrà prendersi cura delle piante o del gatto casalingo, poi via. Anzi no. Se la nostra meta e’ una località negli Stati Uniti sono guai, in quanto molto probabilmente dovremo richiedere un nuovo passaporto e ci sono discrete possibilità che dovremo cambiare destinazione, in quanto lo Stato italiano non sarà in grado di consegnarci il documento in tempo per la partenza. Con l’entrata in vigore (negli USA, non in Italia) delle norme anti terrorismo il governo americano ha deciso che chi vuole entrare nel loro territorio senza sottoporsi alla lunga e costosa procedura di rilascio del visto deve avere un passaporto dotato di foto digitale (quindi stampata da computer direttamente sul documento). Le questure italiane non dispongono ovunque dei macchinari necessari per l’emissione dei nuovi passaporti (le finanziarie passate, come noto, hanno ridotto gli stanziamenti, non certo aumentati). Ciò comporta la concentrazione delle richieste in alcuni uffici che, sommato al fatto che la grandissima percentuale di richieste si concentrano nei mesi estivi, fa saltare tutti i tempi. Al momento la Questura di Roma, ad esempio, preventiva circa 60 giorni per il rilascio del documento (la legge 1185 del 1967, che nonostante sia stata emanata tanti anni prima dell’avvento delle nuove tecnologie, prometteva il rilascio in 15 giorni, che al massimo potevano raddoppiare) . Ma prima bisogna prendere al volo la fortuna, e riuscire a conquistare uno dei 200 numeretti che, distribuiti molto prima dell’orario di apertura degli uffici, permettono di presentarsi fisicamente allo sportello per “iniziare la pratica”. Certo, chi non ha fretta può evitare la trafila e, pagando 20 euro in più, da alcuni giorni può rivolgersi alle Poste per il rilascio del passaporto. I tempi si allungano, garantito.
Ma l’Italia non è, come ci hanno detto più volte i ministri “competenti”, all’avanguardia nell’e-government? Allora come si spiega che, dal 1967 ad oggi i tempi per rilasciare un documento si siano espansi anziché ridursi? Viene il dubbio che l’e-government sia soprattutto un mezzo con cui l’amministrazione statale incassa le tasse dai cittadini più rapidamente e con meno spese. Come diceva Totò? Ma mi faccia il piacere!
domenica, maggio 28, 2006
Internet e il cliente
Di Patrizio Di Nicola per Rassegna Mese
Qualche giorno fa sono andato, utilizzando una importante compagnia aerea, in una città del Nord Italia. Caso vuole che, a fine del volo, abbia dimenticato a bordo un piccolo oggetto. La sera stessa, tornato a Roma, chiedevo ad un addetto della compagnia di sapere se l’oggetto fosse o meno stato ritrovato. Dopo 20 minuti di inutili tentativi telefonici, la gentile signorina in uniforme mi diceva che non risultava nulla, ma probabilmente era solo troppo presto, e l’eventuale ritrovamento non era ancora stato segnalato nel database degli oggetti smarriti. Meglio, quindi, richiamare il giorno dopo a un certo numero interno dell’Aeroporto di Fiumicino. I due giorni successivi passavano nell’inutile tentativo di chiamare quel numero, sempre occupato, giorno e notte. Poco male, mi sono detto, chiedo informazioni tramite il bel sito web della compagnia aerea. Primo problema: per trovare la pagina da cui fare la segnalazione ho impiegato oltre mezz’ora. Venuto a capo del labirintico sistema di customer care telematico, e fornite tutte le informazioni richieste (davvero moltissime, lo giuro), me ne andavo a dormire tranquillo. L’indomani trovo una bella email dalla compagnia aerea. Ecco, mi dico, vedi quanto funzionano bene! Purtroppo era solo una letterina standard, compilata da un software, in cui mi si diceva di inviare, a mezzo fax o posta, biglietto, carta di imbarco e descrizione della protesta (ma come, non avevo gia’ fatto tutto tramite il web?). Soprattutto mi si diceva di non rispondere a quella email, che tanto nessuno la avrebbe letta. Un po’ rassegnato, spedivo il fax richiesto, nel quale mi azzardavo anche a chiedere una “dritta” per contattare una persona vera per parlare del mio caso. A tutt’oggi nessuno ha risposto al fax, e io naturalmente ci ho messo una pietra sopra: forse l’oggetto e’ stato ritrovato, ma nessuno lo sapra’ mai, e la mia dimenticanza alimentarà le statistiche sulla noncuranza degli italiani. Mi inquieta però aver scoperto che forse quell’azienda e’ completamente robotizzata, ed ha eliminato le presenze umane. Mi dispiace, invece, che molte grandi aziende nostrane usano Internet e le tecnologie dell’informazione in modo sbagliato, principalmente come uno strumento per risparmiare i costi del personale. Il web e i call center, nelle strategie aziendali, servono sempre più di frequente per fare muro verso i clienti, non per assisterli meglio. Non è un caso, peraltro, che chi lavora in questi servizi abbia sempre i contratti precari e le peggiori retribuzioni. Ironia della sorte, questa la chiamano “cura del cliente”. Ma si curino loro, per favore!
Di Patrizio Di Nicola per Rassegna Mese
Qualche giorno fa sono andato, utilizzando una importante compagnia aerea, in una città del Nord Italia. Caso vuole che, a fine del volo, abbia dimenticato a bordo un piccolo oggetto. La sera stessa, tornato a Roma, chiedevo ad un addetto della compagnia di sapere se l’oggetto fosse o meno stato ritrovato. Dopo 20 minuti di inutili tentativi telefonici, la gentile signorina in uniforme mi diceva che non risultava nulla, ma probabilmente era solo troppo presto, e l’eventuale ritrovamento non era ancora stato segnalato nel database degli oggetti smarriti. Meglio, quindi, richiamare il giorno dopo a un certo numero interno dell’Aeroporto di Fiumicino. I due giorni successivi passavano nell’inutile tentativo di chiamare quel numero, sempre occupato, giorno e notte. Poco male, mi sono detto, chiedo informazioni tramite il bel sito web della compagnia aerea. Primo problema: per trovare la pagina da cui fare la segnalazione ho impiegato oltre mezz’ora. Venuto a capo del labirintico sistema di customer care telematico, e fornite tutte le informazioni richieste (davvero moltissime, lo giuro), me ne andavo a dormire tranquillo. L’indomani trovo una bella email dalla compagnia aerea. Ecco, mi dico, vedi quanto funzionano bene! Purtroppo era solo una letterina standard, compilata da un software, in cui mi si diceva di inviare, a mezzo fax o posta, biglietto, carta di imbarco e descrizione della protesta (ma come, non avevo gia’ fatto tutto tramite il web?). Soprattutto mi si diceva di non rispondere a quella email, che tanto nessuno la avrebbe letta. Un po’ rassegnato, spedivo il fax richiesto, nel quale mi azzardavo anche a chiedere una “dritta” per contattare una persona vera per parlare del mio caso. A tutt’oggi nessuno ha risposto al fax, e io naturalmente ci ho messo una pietra sopra: forse l’oggetto e’ stato ritrovato, ma nessuno lo sapra’ mai, e la mia dimenticanza alimentarà le statistiche sulla noncuranza degli italiani. Mi inquieta però aver scoperto che forse quell’azienda e’ completamente robotizzata, ed ha eliminato le presenze umane. Mi dispiace, invece, che molte grandi aziende nostrane usano Internet e le tecnologie dell’informazione in modo sbagliato, principalmente come uno strumento per risparmiare i costi del personale. Il web e i call center, nelle strategie aziendali, servono sempre più di frequente per fare muro verso i clienti, non per assisterli meglio. Non è un caso, peraltro, che chi lavora in questi servizi abbia sempre i contratti precari e le peggiori retribuzioni. Ironia della sorte, questa la chiamano “cura del cliente”. Ma si curino loro, per favore!
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